Alain-René Lesage o Le
Sage (Sarzeau, 6 maggio 1668 – Boulogne-sur-Mer, 17
novembre 1747) è stato un romanziere e commediografo francese.
Unico figlio di Claude, avvocato e notaio, e di Jeanne
Brenugat, perduta la madre nel 1677 e il padre nel 1682,
fu preso sotto la tutela dallo zio e messo nel collegio
dei Gesuiti di Vannes dove fece studi di lingue
classiche, di italiano, di spagnolo, di retorica e
di catechismo, secondo la consolidata tradizione della cultura
libresca secentista che in Bretagna traeva particolare
influsso da un'educazione di stampo cattolico-spagnolo. Intanto si
ritrovò con poco denaro, avendo lo zio dissipato a proprio vantaggio
l'eredità paterna.

Si crede - ma non esistono fonti a questo riguardo - che sia stato
impiegato per qualche anno nell'Ufficio delle imposte in Bretagna;
se fosse vero in tal caso, perdette presto quell'impiego o si
licenziò: resta il fatto che nella sua vita dimostrò un'aperta
ostilità contro quegli Uffici. Proseguì a Parigi studi
di diritto che dovette concludere nel 1692, dal
momento che in quell'anno risulta iscritto nell'albo degli avvocati.
Se a Parigi non trovò un impiego, vi trovò moglie nella persona di
Marie Elisabeth Huyard, una borghese parigina di origine spagnola,
che sposò il 28 settembre 1694 nella chiesa di
Saint-Sulpice, e dalla quale avrà quattro figli.
O che avesse cercato invano un lavoro da avvocato o che quella
professione gli fosse del tutto estranea, Lesage cercò di vivere con
il prodotto dei suoi scritti: grazie all'appoggio dell'amico
Auvergnat Dauchet - un giovane con interessi letterari che sarà suo
amico per la vita - le sue Lettres galantes, traduzione
delle Lettere d'amore di Aristeneto, vennero
pubblicate a Chartres nel 1695.
Nel 1698 Lesage trovò un protettore nella persona
dell'abate de Lyonne che non soltanto gli assicurò una rendita
stabile affinché si potesse dedicare allo studio e al lavoro
letterario ma stimolò in lui anche l'interesse per la lingua e per
le opere della grande letteratura spagnola del Seicento.
In Spagna, con la conquista e lo sfruttamento delle immense
colonie americane, lo Stato, la nobiltà, i finanzieri e i
grandi appaltatori e commercianti, si erano enormemente arricchiti,
ma il prezzo della trasformazione sociale interna era stato pagato
dalla borghesia imprenditrice e artigiana, e dai contadini,
che avevano visto entrare in crisi le tradizionali attività
economiche e
aumentare le tasse e la leva militare per il
mantenimento dei territori conquistati. Il fenomeno dei vagabondi che
percorrono il Paese, i picari, è una delle conseguenze della
nuova realtà spagnola, insieme con quello opposto dell'immagine di
sussiegosa arroganza e di esibita devozione della nobiltà, elemento
funzionale alla custodia dei valori tradizionali della civiltà
cattolica.
La letteratura spagnola diede voce a quelle realtà, sia con il suo
teatro classicheggiante, sia con la commedia e con i romanzi
picareschi, il più note dei quali è certo La vida de Lazarillo
de Tormes y de sus fortunas y adversidades, uscito per la prima
volta nel 1554 e poi, censurato in parte, nel 1573.
In Francia, mentre il pubblico aristocratico manteneva i suoi
interessi verso il teatro drammatico di Corneille e
di Racine, quello borghese preferiva vedere rappresentata sul
palcoscenico la vita viva e reale, quella rappresentata dalla
commedia, dal teatro comico italiano e da Molière. Lesage colse
quell'esigenza e volle unire l'esigenza del realismo sentita dal
pubblico borghese parigino alla tradizione del teatro spagnolo, come
scrisse nell'introduzione al suo Théâtre espagnol: per lui gli
spagnoli «sono maestri nell'immaginazione e nella conduzione a buon
fine di un intreccio. Sono capaci di esporre il loro soggetto con
enorme abilità artistica, e nel modo più vantaggioso. A questo
aggiungono incidenti così gradevoli, così sorprendenti, e lo fanno
con tale varietà da sembrare inesauribili [...] E non è tutto; i
testi spagnoli sono pieni di contrattempi ingegnosi, di contrarietà
di condotta negli Attori, di mille giochi di teatro, che risvegliano
in ogni momento l'attenzione dello spettatore. Infine, i loro
intrecci possiedono tutti un qualcosa di

meraviglioso, ma questo
meraviglioso non sbocca né nel favoloso né nel romanzesco, e
continuamente ricondotto al verosimile attraverso le regole
dell'arte, produce un effetto ammirevole sulla scena».
Il Théâtre espagnol, pubblicato nel 1700, non è altro
che la traduzione del Don Félix de Mendoce di Lope de
Vega; Lesage tradusse anche Le Traître puni, di Francisco
de Rojas Zorrilla, nel 1702 fece rappresentare Le
Point d'honneur, traduzione di una commedia di Rojas.
Dal 1704 al 1706 apparve il suo adattamento
delle Nouvelles aventures de don Quichotte di Alonso
Fernández de Avellaneda, nel 1707 la commedia Don
César Ursin, tratta da Calderon de la Barca, non ebbe alcun successo
ma l'atto unico Crispin rival de son maître, creazione
originale di Lesage, per quanto mostri evidenti influssi del teatro
italiano e di Molière, ebbe grande successo.
Protagonista della
commedia è Crispino, servitore del giovane e nobile Valerio che è
innamorato di Angelica, già promessa a un altro. Crispino cerca di
impadronirsi della dote di Angelica ma sarà scoperto e la commedia
si conclude felicemente con le nozze dei due giovani. La freschezza e
l'umorismo dei dialoghi, l'intreccio vivace, i rapidi cambiamenti di
scena garantirono il successo della commedia; la figura del
servitore, scaltro e insieme rassegnato al suo ruolo subalterno,
ritornerà in altre commedie ed è come un riflesso della stessa
condizione di Lesage, che cercherà di realizzare il proprio successo
senza cessare di servire le richieste di imprenditori ed editori.
Quell'anno stesso Lesage si presenta come romanziere di prim'ordine
con Le Diable boiteux (Il diavolo zoppo), nel quale il
protagonista, lo studente don Cleofès Pérez Zambullo, trasportato
dal diavolo Asmedès sui tetti di Madrid, ha modo di rendersi
conto di quel che succede all'interno delle case, intanto che la sua
innamorata, Tomasa de Vigigudino, travestita da soldato, lo cerca
invano. Il romanzo si sviluppa poi in diverse avventure che perdono
via via di interesse, avendo dato il meglio nell'invenzione dello
scoperchiamento magico dei tetti e nella rappresentazione comica e
satirica delle scene di vita quotidiana.
Anche quest'opera - che ebbe grande successo - è l'imitazione di un
romanzo spagnolo, El diablo cojuelo di Luis Vélez de
Guevara, ma le situazioni descritte sono frutto originale della sua
fantasia e l'aria che vi si respira non è spagnola ma parigina. La
struttura narrativa è simile a quella teatrale, con quadri che si
succedono senza un nesso che li leghi, accontentandosi Lesage di
abbandonarsi al gusto della avventura realistica e spiritosa, della
critica fine e allegra, del ritratto piccante e leggero.
Nel 1736 Lesage pubblicherà una terza edizione aumentata
con alcuni episodi tratti dal Dia y noche de Madrid,
di Francisco Santos, e una quarta l'anno successivo, contenente
un seguito dal titolo Entretien des cheminées de Madrid e
un commento elogiativo dell'abate Borderon, Les Béquilles du
diable boiteux (Le stampelle del diavolo zoppo).
Lesage tornò al teatro il 1º gennaio 1708 con la commedia
in un atto Les Étrennes che, completamente rielaborata in
cinque atti e ripresentata sulle scene il 14 gennaio 1709 col
titolo di Turcaret, ebbe uno strepitoso successo e rimane il suo
capolavoro teatrale. Il protagonista
Turcaret, uomo di bassa origine
sociale che si è arricchito con l'appalto delle imposte e con
traffici illegali che la sua professione gli permette di coprire,
benché sposato, si spaccia per scapolo per poter conquistare una
finta baronessa, altra truffatrice che passa al Cavaliere, un suo
amante, i ricchi doni ricevuti da Turcaret. Frontino, il servitore
del Cavaliere, a sua volta provvede a derubare il suo padrone, è
complice della "baronessa" nel derubare Turcaret, ma riesce
a derubare anche la finta nobildonna. La commedia si chiude con
l'arresto di Turcaret, rivelatosi un usuraio, e con la battuta di
Frontino: «È finito il regno di Turcaret. Ora comincia il mio».
Lesage, prima ancora di metterla in scena, aveva letto la commedia
nei salotti letterari e i suoi contenuti erano già noti. La potente
categoria degli appaltatori, allarmati dalla satira violenta che li
avrebbe investiti, cercano di impedirne la rappresentazione,
offrendogli invano la bella somma di centomila franchi, mentre la
duchessa de Bouillon gli promise la sua protezione, chiedendogli di
leggergliela. Lesage, per un impegno, arrivò con un'ora di ritardo
all'appuntamento e al rimprovero della duchessa, rispose che se le
aveva fatto perdere un'ora, ora gliene avrebbe fatte guadagnare due,
andandosene. I due episodi vogliono mettere in rilievo la moralità e
la fierezza dello scrittore, che dovettero essere apprezzati dal
Delfino, il futuro Luigi XV, che s'impegnò personalmente perché
la commedia fosse rappresentata. Tuttavia, malgrado il successo, poté
avere solo sei repliche, e non a caso, dal momento che il mondo degli
impresari teatrali era strettamente legato a quello della finanza.
In realtà Lesage non è un moralizzatore e tanto meno un eversore
dei costumi o un rivoluzionario in anticipo sui tempi. Da tempo gli
arricchimenti facili erano un bersaglio comune della satira e non
costituiva un particolare motivo di scandalo veder colpito
l'immoralità, in specie nella forma dello spirito brillante, nella
naturalezza viva dei dialoghi, nella precisione dei rilievi delle
psicologie e nella libertà dell'espressione, favorita dalla sua
scrittura in prosa, elementi tutti che compensano una certa
staticità della scena.
Dopo l'interruzione delle repliche imposte dagli impresari del
Théâtre-Français, Lesage lasciò ogni impegno per quel teatro,
rivolgendosi prima al Théâtre-Français, per il quale scrisse
la commedia La Tontine nel 1708, rappresentata però
soltanto nel 1732), e poi per il Théâtre de la foire,
teatro popolare, frequentato da piccoli borghesi e da gente del
popolo, uso alle commedie italiane e alle farse, per il quale Lesage
produsse un centinaio di commedie, di facile scrittura, di poche
repliche, con leggere allusioni satiriche, quanto basta per
aggiungere un poco di sapore piccante a testi che pretendono solo di
offrire un rapido divertimento senza pretese d'arte.
Se la scrittura
teatrale resta intensa ma senza pretese, l'impegno colto Lesage lo
riserva al romanzo, mantenendosi fedele alla tradizione del romanzo
spagnolo, ma ragionato e misurato secondo una sapienza narrativa che
non vuole tracimare nell'effetto.
Intorno al 1713 Lesage dovrebbe aver iniziato il suo
capolavoro, l'Histoire de Gil Blas de Santillane la cui prima
edizione, in due volumi, uscì nel 1715, una seconda appena
riveduta quell'anno stesso, una terza, in tre volumi, nel 1724,
nella quale le avventure del suo eroe continuano, lasciando aperti
nuovi sviluppi che si concretano in un quarto e ultimo volume
nel 1735. Lesage continuò a rivedere il romanzo fino alla
morte, essendone uscita nel 1747 l'ultima versione.
Lesage narra dello studente di Oviedo Gil Blas, di umili
origini, che si mette in viaggio per andare a studiare all'Università
di Salamanca. Inesperto del mondo, gli capitano le avventure più
diverse: viene truffato, è sequestrato dai banditi, salva una
signora caduta nelle loro mani, finisce innocente in prigione.
Liberato, insieme con un amico va a Valladolid, dove diviene
servo di un canonico, poi di un medico incapace e diviene medico lui
stesso. A Madrid conosce il mondo del teatro e quello della
corte: torna a Oviedo in tempo per assistere il padre morente e qui
si sposa con Antonia. Tornato a Madrid, diviene favorito di un conte
che tuttavia cade in disgrazia; nuove disgrazie, come la morte della
moglie, e nuove avventure che hanno tuttavia un lieto fine con il
matrimonio di Gil Blas con la bella Dorotea.
Una convenzione, in realtà: ma se una morale complessiva può essere
tratta da quelle avventure, essa consiste nel rilevare come l'astuzia
sia il motore delle azioni umane: così come con l'astuzia gli uomini
soddisfano i loro vizi – la passione per il denaro, la volontà di
farsi largo a qualunque costo nella vita, l'imbrogliare gli ingenui –
così ancora con l'astuzia i buoni devono imparare a difendersi e
difendendo la propria virtù è lecito trarre anche qualche
vantaggio. D'altra parte, ciascuno deve stare al suo posto: voler
salire nella scala sociale significa essere ambiziosi e l'ambizione è
un vizio che porta alla rovina.
Il libro fu accolto con grande favore dal pubblico, ma non
altrettanto dai critici: per Voltaire Gil Blas, se è
lodevole per una «certa naturalezza», esso è interamente ripreso
dal romanzo spagnolo Marcos de Obregón, ma il caustico
intellettuale di Ferney non dimenticava l'ironia che Lesage
gli aveva indirizzato nella sua opéra-comique Le Temple de
Mémoire.
Marmontel, nel suo Essai sur les Romans considerés du coté
moral, lo considera persona estranea alla vita sociale del suo tempo
e pertanto incapace, secondo lui, di considerare con precisione e
obbiettività i costumi morali che pure pretende di giudicare. In
compenso, gli fu favorevole l'abate Desfontaines: nel Gil Blas non
c'è «un ammasso di sottili riflessioni che soffocano il lettore, e
di tristi analisi di sentimenti; è una successione di fatti
necessari, adornata di brevi riflessioni a proposito del soggetto: si
tratta in ogni momento di figurazioni reali e di caratteri che si
ritrovano fra gli uomini. Lesage non trascina i suoi lettori in un
mondo ideale, ma lidiverte per istruirli».
I suoi contemporanei giudicarono Lesage in base a quanto egli poteva
dare in termini di appoggio alle ragioni - e alle illusioni - della
loro ideologia: per gli illuministi egli è un conservatore
dotato di grande immaginazione e tuttavia incapace di rendersi conto
dei problemi che premevano, perché schiava dei pregiudizi del suo
tempo e in fondo rivolta al passato; per i conservatori egli è un
eccellente descrittore di costumi, che tratta con leggerezza e
denuncia, ma senza accanimento, perché consapevole che niente potrà
correggerli.
Oggi, che quei
problemi appaiono tanto lontani, possiamo leggere i suoi libri come
l'espressione di una fantasia che non si quietava se non nel gusto
del proprio narrare, esercitando le avventure della sua immaginazione
un fascino tanto maggiore quanto più siamo consapevoli che quel
mondo fantastico non potrà più riprodursi.
Apprezzamenti per il Gil Blas vengono da Nietzsche: in Frammenti
Postumi, 7 , 1881, si legge: "Non mi stanco mai di leggere
Gil Blas: lì respiro perché non c'è sentimentalismo né retorica
come in Shakespeare". In Opere di F. Nietzsche, Milano,
Adelphi, 1964ss.
Nel 1732 pubblicò le Aventures de Guzmán
d'Alfarache, un'imitazione del libro di Mateo Alemán, subito
seguito dalle Aventures de Ribert, dit le chevalier de
Beauchesne, narrazione della vita di un personaggio realmente
vissuto, un corsaro che fu ucciso dagli inglesi nel 1731.
Nel 1734 uscì la Histoire d'Estevanille Gonzales,
surnommé le Garçon de bonne humeur, tratta dalle Relaciones de
la vida del escudero Marcos de Obregón di Vicente Espinel,
pubblicate nel 1618, prossimo nell'ispirazione al Gil Blas.
Il 21 novembre 1735 viene rappresentata la commedia in
prosa, in tre atti, Les Amants jaloux che si è persino
voluto non attribuire alla sua penna a causa dell'intreccio troppo
complesso e del dialogo conciso e serrato, quasi fosse un rimprovero
rivolto all'autore. Nel 1736 appare il suo ultimo
romanzo Le Bachelier de Salamanque, che non ebbe successo,
perché vi è meno intreccio e soprattutto meno spirito e più
malinconia. Certo la sua vena doveva essersi attenuata o forse
riservata alla cura del suo Gil Blas, se ormai pubblicò
soltanto, nel 1740 La Valise trouée, una raccolta di
trenta lettere, di contenuto satirico, che si fingono scritte da
diversi personaggi e, nel 1743, la Mélange amusant de
saillies d'esprit et de traits historiques des plus frappants, che è
poco più di una raccolta di aneddoti.
La sua vita privata e familiare fu semplice, una tranquilla
condizione piccolo-borghese; una figlia che lo seguì finché visse,
un figlio che si fece prete e divenne canonico a Boulogne-sur-Mer,
mentre gli altri due furono attori, con dispiacere del padre, anche
se uno di essi, Luis-André, il maggiore, ebbe al tempo una certa
notorietà sotto il nome di Montménil, e recitò anche
il Turcaret paterno. Le Sage si riconciliò con lui negli
ultimi anni e assistette con piacere alle sue recite ma dovette
subire il grande dolore di sopravvivergli.
Alla sua morte, l'8 settembre 1743, il padre abbandonò Parigi
per ritirarsi con la moglie e la figlia a Boulogne-sur-Mer. Si dice
che il suo spirito si animasse solo nelle ore di luce del giorno per
declinare poi nella sera in una malinconia quasi letargica.