sabato 5 luglio 2025

VERGA Giovanni (1840 - 1922)

 

Giovanni Carmelo Verga di Fontanabianca
 (Catania, 2 settembre 1840 – Catania, 27 gennaio 1922) è stato uno scrittore, drammaturgo e politico italiano, considerato il maggior esponente del verismo, corrente letteraria che si ispira al naturalismo francese.
Di famiglia borghese, con antiche origini nobili, visse in un ambiente di tradizioni liberali. Si dedicò inizialmente alla scrittura di romanzi avventurosi su influsso delle opere di Dumas padre; in seguito scrisse romanzi di argomento passionale, tra cui Storia di una capinera, che riscosse un discreto successo. Si trasferì a Firenze nel 1869 e tre anni dopo a Milano, dove frequentò circoli letterari, facendo la conoscenza di Arrigo Boito e Giuseppe Giacosa. Con la novella Rosso Malpelo diede inizio alla maniera verista, già in parte anticipata dalla novella Nedda. Di impronta più decisamente verista sono due fra i più notevoli romanzi della letteratura italiana, I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889).
La nuova concezione verista di Verga pose il cardine dell'opera letteraria sulla "sparizione" dell'autore, facendo in modo che nella narrazione i fatti si sviluppassero da soli, come per una necessità spontanea. Il linguaggio di Verga è rude e spoglio come un riflesso del mondo che rappresenta, fatto sia di povera gente, come ne I Malavoglia, sia di ricchi, come in Mastro-don Gesualdo. Tutti, comunque, dei "vinti" nella lotta quotidiana della vita (e a costoro dedicò il cosiddetto Ciclo dei Vinti, gruppo di cinque romanzi di cui solo i primi due vengono completati). Lo scrittore si occupò anche di teatro, sceneggiando alcune sue novelle; di queste, la più famosa è Cavalleria rusticana (1880), da cui poi, dieci anni dopo, il compositore Pietro Mascagni trasse l'opera omonima. Verga divenne senatore del Regno d'Italia nel 1920 su nomina del re Vittorio Emanuele III.
La famiglia Verga, di lontane ascendenze aragonesi, era giunta in Sicilia con il nome di Vergas o Vargas, all’epoca dei Vespri. Tradizionalmente il capostipite dei Verga di Vizzini è considerato Laian Gonzalo de Vergas – rispetto a studi più recenti, dove emergono nuovi membri della famiglia –, venuto in Sicilia dalla Spagna al seguito del re Pietro III d'Aragona nel 1282, il cui figlio Antonio nel 1318 sposò Margherita La Gurna, stabilendosi a Vizzini, borgo degli Iblei.
Il padre dello scrittore, Giovanni Battista Verga Catalano, era nativo di Vizzini, dove la famiglia Verga possedeva alcune proprietà; la madre si chiamava Caterina Di Mauro Barbagallo
e apparteneva a una famiglia borghese di Belpasso. Giovanni era il maggiore di cinque fratelli: oltre a lui, Mario, Rosa, Pietro e Teresa.
Il nonno di Giovanni, Giovanni Carmelo Verga Distefano, era stato carbonaro e, nel 1812, eletto deputato per Vizzini al primo Parlamento siciliano. Quest'ultimo aveva ereditato dalla famiglia della madre, nel 1771, il feudo di Fontanabianca, al quale perteneva il titolo di barone, riconfermato da Ferdinando III nel 1781 a don Gaetano Verga, che dava quindi il diritto a Giovanni Verga di fregiarsi del predicato "di Fontanabianca", nonché del titolo di "nobile dei baroni di Fontanabianca", anche se non ne fece mai uso. La famiglia Verga era comunque già iscritta nella mastra nobile di Vizzini sino al 1813, quando in Sicilia furono aboliti il feudalesimo e le mastre nobili; sino al 1813, quindi, i Verga potevano qualificarsi "nobili di Vizzini". Poiché successivamente il Regno d'Italia non riconobbe Vizzini tra le città aventi patriziato o nobiltà civica, i Verga non poterono vedersi riconosciuto il titolo di "nobili di Vizzini" dalla Consulta Araldica del Regno d'Italia.
Giovanni Carmelo Verga venne registrato presso l'ufficio nascite dello Stato Civile del comune di Catania, all'atto numero 284 (l'anagrafe sarebbe stata creata solamente nel 1871 in occasione del censimento dello stesso anno), allora parte del Regno delle Due Sicilie, il 2 settembre 1840; la data e il luogo di nascita non sono però universalmente accettati.
Vi è, tuttavia, una seconda tesi secondo cui Verga sarebbe nato in un podere di campagna di proprietà dello zio don Salvatore in contrada Tiepidi (una zona di campagna a pochi chilometri dal centro abitato di Vizzini). Questa tesi sarebbe supportata da diverse ipotesi: la prima riguarda l'epidemia di colera che nell'estate del 1840 si era abbattuta su Catania e che avrebbe potuto spingere la famiglia Verga ad abbandonare l'afosa Catania d'estate, per la frescura collinare di Vizzini e a scegliere il piccolo centro del Calatino per proteggere sia la madre sia il nascituro da ogni potenziale rischio. Di fatto, però, l'ondata di colera si era esaurita già nel 1837.
La seconda ipotesi è che, nato prematuro, a sette mesi, il piccolo sarebbe poi stato riportato nel capoluogo, dove il padre, Giovanni Battista Catalano Verga (originario di Vizzini, ma residente nel capoluogo), registrò il figlio come nato a Catania, nell'abitazione di via Sant'Anna; inoltre, è probabile che Giovanni Battista Verga avesse scelto Catania come città ufficiale di appartenenza anche per compiacere la moglie Caterina Di Mauro (o Mauro), catanese, e anche per comodità, visto che la futura eventuale richiesta di certificazioni non avrebbe così necessitato un viaggio nella distante Vizzini. Anche questa teoria è priva di prove scritte, senza contare che la madre e il bimbo, forse prematuro, sarebbero stati portati d'urgenza nel capoluogo, dove il Verga padre avrebbe commesso un reato, con la complicità dell'ufficiale di Stato Civile e due testimoni, quando, per avere un certificato dal comune di Catania, sarebbe stata sufficiente una legalissima e semplice trascrizione. La terza ipotesi emerge da un'annotazione apposta sull'occhiello di una
copia della prima edizione delle Novelle rusticane, che Verga regalò all'amico scrittore Luigi Capuana, dove si legge: «A Luigi Capuana "villano" di Mineo - Giovanni Verga "villano" di Vizzini» (l'uso del termine villano dimostrerebbe, quindi, come Verga fosse a conoscenza di essere nato in un piccolo paese di provincia come Capuana, a Vizzini o comunque in una contrada di campagna). O potrebbe solo essere stata, nell'ambito dell'amicizia verso l'amico Capuana, una testimonianza di affetto verso un paese dove l'autore catanese aveva trascorso lunghi periodi della propria infanzia e fanciullezza.
Negli archivi del Senato della Repubblica italiana, nel fascicolo personale del Senatore del Regno Giovanni Verga, si trova l'estratto dell'atto di nascita, che riporta Catania come luogo di nascita.
Sull'esatta data di nascita l'incertezza è altrettanto ampia, ma si pensa che sia il 2 settembre 1840. L'atto di nascita riporta la data del 2 settembre 1840. Il 1º marzo 1915 Verga scrive tuttavia in una sua missiva a Benedetto Croce quanto segue: «Illustre amico, sono stato al Municipio per avere la data precisa che desidera conoscere: 31 agosto 1840, Catania. Io invece credevo fosse il 2, oppure l'8 settembre dello stesso anno. Eccomi dunque più vecchio di una settimana, ma sempre con grande stima e affetto per Lei.»
L'8 settembre è in realtà la data di battesimo, celebrato a Catania, presso la Chiesa dedicata a
San Filippo, come risulta dall'allegato "ter", notamento restituito dal Parroco della stessa Chiesa a pochi passi dalla casa natale di via San'Anna, mentre quella di nascita è secondo alcuni antecedente e potrebbe risalire alla fine di agosto, se non addirittura al 29, giorno in cui a Vizzini si festeggia San Giovanni. Il trasferimento da Vizzini a Catania potrebbe spiegare, dunque, il ritardo nella registrazione e la posticipazione della data. Queste sono, comunque, solo delle ipotesi, non supportate da alcuna prova. L'unico dato certo è che la nascita fu registrata a Catania da Giovanbattista Verga, il quale dichiarò che Giovanni Carmelo era nato alle ore 5 dello stesso giorno, nella casa posta in Catania, via Sant'Anna numero 8, presentando il bambino, alla presenza di due testimoni, al senatore del Regno e ufficiale di Stato Civile, don Francesco Bicocca. Il nome Giovanni Carmelo gli sarebbe stato dato in memoria del nonno paterno Giovanni Carmelo e non per una supposta nascita il 29 agosto, festa di San Giovanni a Vizzini.
Verga, compiuti gli studi primari presso la scuola di Francesco Carrara, venne inviato, per gli studi secondari, alla scuola di don Antonino Abate, scrittore, fervente patriota e repubblicano, dal quale assorbì il gusto letterario romantico e il patriottismo. Abate faceva leggere ai suoi allievi le opere di Dante, Petrarca, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, Manzoni e pagine dell'Estetica di Hegel; inoltre proponeva anche il romanzo storico-patriottico I tre dell'assedio di Torino (scritto nel 1847) del poeta catanese Domenico Castorina, che era lontano parente di Verga e che a quei tempi era considerato dai contemporanei "il miglior poeta e scrittore catanese
della prima metà dell'Ottocento".
Nel 1854, a causa di un'epidemia di colera, la famiglia si rifugiò nella campagna di Tèbidi e vi ritornò nel 1855 per lo stesso motivo. I ricordi di questo periodo, legati alle sue prime esperienze adolescenziali e alla campagna, ispirarono molte delle sue novelle, come Cavalleria rusticana e Jeli il pastore, oltre al romanzo Mastro-don Gesualdo. A soli sedici anni, tra il 1856 e il 1857, Verga scrisse il suo primo romanzo di ispirazione risorgimentale Amore e patria rimasto inedito. Il romanzo ottenne giudizio positivo da parte di Abate, ma venne considerato immaturo dall'insegnante di latino, don Mario Torrisi, che lo convinse a non pubblicarlo. Iscrittosi nel 1858 alla facoltà di legge all'Università di Catania, non dimostrò però grande interesse per le materie giuridiche e nel 1861 abbandonò i corsi, preferendo dedicarsi all'attività letteraria e al giornalismo politico. Con il denaro datogli dal padre per concludere gli studi, il giovane pubblicò a sue spese il romanzo I carbonari della montagna (1861- 1862), un romanzo storico che si ispira alle imprese della Carboneria calabrese contro il dispotismo napoleonico di Murat. La sua formazione fu dunque irregolare e, come scrive Guido Baldi, «[…] segna inconfondibilmente la sua fisionomia di scrittore, che si discosta dalla tradizione di scrittori letteratissimi e di profonda cultura umanistica che caratterizza la nostra letteratura, anche quella moderna: i testi su cui si forma il suo gusto in questi anni, più che i classici italiani e latini sono gli scrittori francesi moderni di vasta popolarità, ai limiti con la letteratura di consumo, come Dumas padre (I tre moschettieri) e Dumas figlio (La
signora delle camelie), Sue (I misteri di Parigi), Feuillet (Il romanzo di un giovane povero)». Oltre a questo genere di romanzi egli prediligeva i romanzi storici italiani, soprattutto quelli a carattere fortemente romantico, come quelli di Guerrazzi la cui influenza si coglie anche nel suo terzo romanzo intitolato Sulle lagune, pubblicato tra il 1862 e il 1863, dapprima a puntate in appendice della rivista fiorentina "La nuova Europa", nel periodo in cui Venezia è ancora sotto la malvista potenza austriaca. Il romanzo narra la vicenda sentimentale di un ufficiale ungherese e di una giovane veneta di Oderzo, in uno stile severo e privo di retorica. Entrambi innamorati della vita finiranno per morire insieme. Verga lavorò in questo periodo frequentemente anche ad Acitrezza ed Acicastello.
In Sicilia si verificò un periodo di violente sommosse popolari per l'abolizione del dazio sul macinato e, soprattutto nella provincia catanese, si assistette alla reazione dei contadini che, esasperati, arrivarono a uccidere e a saccheggiare le terre. Nella novella Libertà Verga rivive con forza drammatica una di queste rivolte, ossia i fatti di Bronte.
«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: "Viva la libertà!". Come il mare in tempesta. La folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche, le scuri e le falci che luccicavano.»
Con l'arrivo di Garibaldi a Catania venne istituita la Guardia Nazionale e Verga, nel 1860, si arruolò in essa prestando servizio per circa quattro anni ma, non avendo inclinazioni per la disciplina militare, se ne liberò con un versamento di 3.100 lire alla Tesoreria Provinciale. Nel frattempo, insieme a Nicolò Niceforo, conosciuto con lo pseudonimo di Emilio Del Cerro, fondò il settimanale Roma degli Italiani, che si basava su un programma anti-regionale, e lo diresse per tre mesi oltre a collaborare alla rivista L'Italia contemporanea. Il settimanale passò in seguito sotto la direzione di Antonino Abate.
Nel 1862 Verga e Niceforo ritentarono l'esperienza con la rivista letteraria L'Italia contemporanea sulla quale Verga pubblicò la sua prima novella verista, Casa da thè. La rivista però ebbe breve durata e, dopo il primo numero, venne assimilata da Enrico Montazio alla rivista fiorentina Italia, veglie letterarie.
Anche il giornale l'Indipendente, fondato e diretto da Verga nel 1864, fu lasciato alla direzione di Abate dopo dieci numeri. In quello stesso anno Verga pubblicò sulla Nuova Europa le prime due puntate del romanzo Sulle lagune, poi sospese per un anno e infine riprese dall'inizio e terminate il 15 marzo 1863 dopo 22 puntate.
Verso la fine di aprile o agli inizi di maggio 1865 si recò per la prima volta a Firenze dopo aver abbandonato gli studi di legge presso l'Università di Catania. In questo periodo scrisse una commedia, pubblicata solo nel 1980, dal titolo I nuovi tartufi, che venne inviata, sotto
forma anonima, al Concorso Drammatico bandito dalla Società di incoraggiamento all'arte teatrale ma senza successo. Nello stesso periodo scrisse il romanzo Una peccatrice.
Firenze era a quei tempi la capitale del Regno e rappresentava il punto di incontro degli intellettuali italiani. Il giovane Verga ebbe modo di conoscere, in questo primo breve periodo, Luigi Capuana, allora critico della Nazione, i pittori Michele Rapisardi e Antonino Gandolfo, il maestro Giuseppe Perrotta e il poeta Mario Rapisardi.
A Firenze ritornò nell'aprile 1869 dopo che la nuova epidemia di colera diffusasi nel 1867 l'aveva costretto, insieme alla famiglia, a trovare rifugio dapprima nelle proprietà di Sant'Agata li Battiati e poi a Trecastagni.
A Firenze decise quindi di stabilirsi, rimanendovi fino al 1871, avendo compreso che la cultura della provincia era troppo restrittiva e gli impediva di realizzarsi come scrittore.
Nel 1866 l'editore torinese Negro gli aveva intanto pubblicato Una peccatrice, un romanzo di carattere autobiografico e fortemente melodrammatico, che narra la vicenda di un piccolo borghese catanese, Pietro Brosio, che, pur avendo ottenuto la ricchezza e il successo ed essere riuscito a conquistare la donna dei suoi sogni, Narcisa, ritornerà alla sua mediocrità dopo che Narcisa, impazzita per amore, si toglie la vita.
Gli anni fiorentini furono fondamentali per la formazione del giovane scrittore che ebbe modo di conoscere artisti, musicisti, letterati e uomini politici oltre che di frequentare i salotti più conosciuti del momento.
Con una lettera di presentazione di Mario Rapisardi si introdusse facilmente nei ricevimenti in casa dello scrittore e patriota Francesco Dall'Ongaro dove incontrò Giovanni Prati, Aleardo Aleardi, Andrea Maffei e Arnaldo Fusinato.
Introdotto da Dall'Ongaro presso i salotti culturali di Ludmilla Assing e delle signore Swanzberg, madre e figlia entrambe pittrici, conobbe Vittorio Imbriani e altri letterati. Iniziò quindi a condurre una vita mondana frequentando il Caffè Doney, dove conobbe letterati e attori, il Caffè Michelangelo, luogo di incontro dei pittori macchiaioli più noti dell'epoca e recandosi spesso alla sera a teatro.
Risale a questo periodo la stesura del romanzo epistolare Storia di una capinera che apparve nel 1870 sul giornale di moda Il Corriere delle Dame e che l'anno seguente fu pubblicato, per interessamento del Dall'Ongaro, dalla tipografia Lampugnani di Milano. La prefazione al romanzo venne scritta dal Dall'Ongaro che riportava la lettera da lui scritta a Caterina Percoto per presentarle il libro. Il romanzo ebbe un gran successo e Verga incominciò a ottenere i suoi primi guadagni.
Il 20 novembre 1872 Verga si trasferì a Milano dove si fermò, pur con diversi e lunghi ritorni a Catania, fino al 1893. L'amico Capuana lo presentò con una lettera al romanziere Salvatore Farina, direttore della Rivista minima, e Dall'Ongaro fece lo stesso con una al pittore e scrittore Tullo Massarani.
A Milano frequentò in modo assiduo il salotto Maffei dove conobbe i maggiori rappresentanti del secondo romanticismo lombardo e si incontrò con l'ambiente degli scapigliati, legando
soprattutto con Arrigo Boito, Emilio Praga e Luigi Gualdo.
Frequentando i ristoranti, come il Cova e il Savini, ritrovo di scrittori e artisti, conobbe Gerolamo Rovetta, Giuseppe Giacosa, Emilio Treves e Felice Cameroni con il quale intrecciò una fitta corrispondenza epistolare, molto interessante sia per le opinioni espresse sul verismo e sul naturalismo, sia per i giudizi sulla narrativa contemporanea, da Zola a Flaubert, a D'Annunzio. Conobbe inoltre De Roberto con il quale rimase amico per tutta la vita.
Gli anni milanesi furono ricchi di esperienze e favorirono la nuova poetica dello scrittore. Risalgono a questi anni Eva (1873), Nedda (1874), Eros e Tigre reale (1875). Sono opere che si iscrivono nella poetica tardoromantica del primo Verga, a eccezione di Nedda, anticipo verista, corrente di cui lo scrittore catanese sarebbe stato il massimo esponente dalle novelle di Vita dei campi in poi.
Lo scrittore intanto si era avvicinato ad autori nuovi per tematiche e forme, come Zola, Flaubert, Balzac, Maupassant, Daudet, Bourget, e aveva iniziato un abbozzo del romanzo I Malavoglia.
Nel 1877 fu pubblicata dall'editore Brigola una raccolta di novelle, Primavera e altri racconti, precedentemente apparsi sulle riviste Illustrazione italiana e Strenna italiana, che presentano stile e soggetto diversi dai precedenti scritti.
Nel 1878 apparve sulla rivista Il Fanfulla la novella Rosso Malpelo e nel frattempo egli iniziò a scrivere Fantasticheria. Lo stesso anno morì sua madre.
Risale a questi anni il progetto, annunciato in una lettera del 21 aprile all'amico Salvatore Paola Verdura, di scrivere un ciclo di cinque romanzi, Padron 'Ntoni, Mastro-don Gesualdo, La Duchessa delle Gargantas, L'onorevole Scipioni, L'uomo di lusso, che in origine avrebbero dovuto essere titolati la Marea per poi essere cambiati in I vinti, che, nell'intenzione di Verga, dovevano rappresentare ogni strato sociale, da quello più umile a quello più aristocratico. Fu questo "l'inizio della più felice e fervida stagione narrativa dello scrittore catanese".
Il 5 dicembre 1878 Verga ritornò a Catania in seguito alla morte della madre e trascorse un lungo periodo di depressione. In luglio lasciò Catania e, dopo essere stato a Firenze, ritornò a Milano dove ricominciò, con maggior fervore, a scrivere. Nell'agosto 1879 uscì Fantasticheria sul Fanfulla della domenica e, nello stesso anno, scrisse Jeli il pastore oltre a pubblicare, su diverse riviste, alcune novelle di Vita dei campi poi raccolte presso l'editore Treves nel 1880.
Nel 1881 apparve sul numero di gennaio della Nuova Antologia l'episodio tratto da I Malavoglia che narra della tempesta con il titolo Poveri pescatori e, nello stesso anno, fu pubblicato da Treves l'intero romanzo, che fu però accolto molto freddamente dalla critica come confessò Verga stesso all'amico Capuana in una lettera dell'11 aprile da Milano: "I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo. Tranne Boito e Gualdo, che ne hanno detto bene, molti, Treves il primo, me ne hanno detto male".
Nel 1882, oppresso da bisogni economici, pubblicò presso l'editore Treves il romanzo Il marito di Elena dove furono ripresi i temi erotico-mondani della prima maniera anche se con una più accurata indagine psicologica.
Risale a questo periodo la stesura delle future "Novelle rusticane" che furono pubblicate man mano su alcune riviste.
Durante la primavera lo scrittore si recò a Parigi dove incontrò lo scrittore svizzero di lingua francese Louis Édouard Rod, conosciuto l'anno precedente, che nel 1887 pubblicò I Malavoglia nella traduzione francese. Dopo Parigi compì un altro viaggio a Médan per vedere Zola e a giugno si recò a Londra. Alla fine dell'anno, ma con data 1883, pubblicò la raccolta di dodici novelle con il titolo Novelle rusticane dove si fa predominante il tema della "roba". Lavorava intanto intensamente ai racconti Per le vie, iniziati l'anno precedente, che furono pubblicati sul Fanfulla della domenica, nella Domenica letteraria e sulla Cronaca bizantina e da Treves nello stesso anno.
Il 1884 fu caratterizzato dall'esordio teatrale dello scrittore che, adattando la novella omonima apparsa in Vita dei campi, mise in scena Cavalleria rusticana, rappresentata il 14 gennaio 1884 dalla compagnia di Cesare Rossi al Teatro Carignano di Torino, con Eleonora Duse nella parte di Santuzza e Flavio Andò nella parte di Turiddu. Il dramma, come già aveva intuito Giacosa che aveva seguito il lavoro di Verga, ottenne un grande successo.
Confortato da ciò, Verga preparò un'altra commedia adattando una novella di Per le vie, Il canarino del n. 15, e il 16 maggio 1885, con il titolo In portineria, essa venne rappresentata a Milano al Teatro Manzoni, senza però ottenere il successo di quella precedente.
Affetto da una grave crisi psicologica dovuta alle preoccupazioni di carattere finanziario e dal fatto che non riusciva a portare avanti come voleva il Ciclo dei Vinti, decise di ritornare in Sicilia. Nel 1887 uscì, presso l'editore Barbèra di Firenze, la raccolta Vagabondaggio.
Gli anni tra il 1886 e il 1887 li trascorse lavorando, ampliando le novelle pubblicate dal 1884 in poi per la raccolta Vagabondaggio che uscì nel 1887 presso l'editore Barbèra.
Durante il 1889 si dedicò completamente alla revisione del Mastro-don Gesualdo che uscì a puntate sulla Nuova Antologia dal 1º luglio al 16 dicembre 1888 e poi in volume presso l'editore Treves, nel 1889, a fine anno, ottenendo una buona accoglienza sia dal pubblico sia dalla critica.
Lo scrittore, rincuorato dal buon successo del romanzo, progettò di continuare il Ciclo dei Vinti con La duchessa di Leyra e L'Onorevole Scipioni mentre continuò la pubblicazione delle novelle che fecero poi parte delle due ultime raccolte.
Nel 1890 all'inizio dell'estate ritornò in Sicilia e, tranne alcuni soggiorni a Roma per progetti teatrali, vi rimase fino a novembre: l'8 aprile, al Teatro Costanzi di Roma, venne messa in scena Mala Pasqua, tratta dalla novella dello scrittore, che però non ottenne un gran successo. Solo un mese dopo venne rappresentata, nello stesso teatro, l'opera Cavalleria rusticana,
musicata da Pietro Mascagni, che riscosse grande successo di pubblico e di critica. L'opera continuò a essere rappresentata con sempre maggior successo e Verga chiese al musicista e all'editore Sonzogno, come da accordi pattuiti, la parte di guadagno per i diritti d'autore. Gli fu offerta una modesta cifra, 1.000 lire, che Verga non volle accettare. Si rivolse alla Società degli Autori, che si dimostrò solidale con lo scrittore, ma fu comunque costretto ad agire attraverso vie legali. Iniziò così nel 1891 una complessa vicenda giudiziaria che sembrò concludersi, il 22 gennaio 1893, allorché Verga accettò, una tantum, la considerevole somma di 143.000 lire come "compensazione finale".
Nel 1891 erano intanto usciti presso l'editore Treves I ricordi del capitano d'Arce.
Nel 1893 lo scrittore si trasferì definitivamente a Catania dove rimase, a parte qualche breve viaggio a Milano e a Roma, fino alla morte. Oltre alla scrittura, si dedicò anche alla fotografia.
Nel 1894 pubblica presso il Treves Don Candeloro e C.i. una raccolta di 12 novelle che raccontano il dietro le quinte del mondo dei "pupari".
Ebbe inizio tuttavia la sua crisi creativa, che gli impedì di proseguire sulla strada del Verismo, per riaccostarsi allo stile post-romantico. Non smise mai, tuttavia, di tentare il completamento del Ciclo dei Vinti: nel 1895 iniziò minuziose indagini di costume che affermava necessarie per il terzo romanzo, La duchessa di Leyra, che però non terminò mai (ci rimangono solamente il primo capitolo e un frammento del secondo), a causa della difficoltà di mantenere la poetica dell'impersonalità verso le classi agiate, e che aveva già descritto efficacemente nei romanzi milanesi.
Da alcuni anni lo scrittore aveva intanto iniziato una relazione con la pianista Francesca Giovanna Annunziata "Dina" Castellazzi, contessa di Sordevolo, che durò tutta la vita, anche se la riluttanza di Verga al matrimonio ridusse la relazione amorosa ad un'affettuosa amicizia. Un'altra relazione sentimentale conosciuta fu con la contessa milanese Paolina Greppi Lester, che durò dal 1878 al 1905. La Greppi è l'amica del Verga che compare, in forma romanzata, come interlocutrice in Fantasticheria, la novella che racconta il soggiorno della coppia ad Aci Trezza, e che è considerata il preludio a I Malavoglia.
Presso Treves vennero pubblicati nel 1896 i drammi La lupa, In portineria, Cavalleria rusticana, tutti ricavati da novelle. La Lupa venne rappresentata con successo sulle scene del Teatro Gerbino di Torino e a metà dell'anno lo scrittore ricominciò a lavorare a La duchessa di Leyra.
Sulla rivista di Catania Le Grazie, il 1º gennaio 1897, venne pubblicata la novella intitolata La caccia al lupo e l'editore Treves pubblicò una nuova versione di Vita dei campi, con le illustrazioni di Arnaldo Ferraguti che presentava notevoli cambiamenti se confrontata all'edizione del 1880.
Nel 1896 lo scrittore, che non era mai stato un progressista, ma aveva comunque idee liberali, approvò la repressione delle proteste sindacali dei Fasci siciliani attuata dal governo di Francesco Crispi, segno della sua rivoluzione politica, e del suo distacco totale dalle idee politiche dei naturalisti francesi come Émile Zola. Essi infatti credevano nel socialismo, mentre
il pessimismo verghiano lo portò a negare ogni riscatto degli umili che si distaccano dalla tradizione, verso cui prova comunque simpatia, e nei suoi ultimi anni Verga adottò idee conservatrici, anche se continuava a provare disgusto verso le classi ricche. Egli giustificò anche la sanguinosa repressione dei moti di Milano per opera di Fiorenzo Bava Beccaris, esprimendo anche una certa insofferenza verso la democrazia parlamentare, e appoggiò il colonialismo italiano. Queste posizioni furono dovute anche ad alcune leggi economiche che avevano, a suo dire, danneggiato la produzione dei suoi agrumeti. Durante la vecchiaia, la sua chiusura contro il resto del mondo e la sua riservatezza aumentarono sempre di più. Nonostante questo, mantenne una certa benevolenza per le classi umili.
Sembrò intanto proseguire assiduamente la stesura de La duchessa di Leyra, come si apprende da una lettera scritta all'amico Édouard Rod nel 1898, notizia confermata da La Nuova Antologia che ne annunciò la prossima pubblicazione.
Nel 1901 furono rappresentati i bozzetti "La caccia al lupo" e "La caccia alla volpe" al teatro Manzoni di Milano e gli stessi furono pubblicati nel 1902 dall'editore Treves.
Alla morte del fratello Pietro, avvenuta nel 1903, Verga ebbe in affido i nipoti, Giovanni Verga Patriarca, Caterina e Marco, che poi adottò come figli.
Nel novembre dello stesso anno venne rappresentato, sempre al teatro Manzoni, il dramma Dal tuo al mio, che nel 1905 uscì a puntate, rielaborato come romanzo breve, su La Nuova Antologia e vide le stampe, ancora da Treves, nel 1906.
Lontano ormai dalla scena letteraria, Verga rallentò notevolmente la sua attività di scrittore
per dedicarsi in modo assiduo alla cura delle sue terre anche se, come abbiamo notizia da una lettera all'amico Rod del 1º gennaio 1907, egli continuava a lavorare a La duchessa di Leyra del quale vide la luce un solo capitolo, pubblicato postumo in La Letteratura a cura di De Roberto il 1º giugno 1922. A De Roberto lo scrittore affidò, tra il 1912 e il 1914, la sceneggiatura cinematografica di alcune delle sue opere ed egli stesso provvide alla riduzione della Storia di una capinera e de La caccia al lupo allo scopo di farne una versione per il teatro.
Nel 1915, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, prese posizione a fianco degli interventisti, entrando a far parte dell'Associazione Nazionalista Italiana, a fianco di Enrico Corradini e Gabriele D'Annunzio, del quale apprezzava l'azione politica. Nel dopoguerra si avvicinò al movimento fascista, mostrando simpatia per la figura politica in ascesa di Benito Mussolini, anche se non si iscrisse mai ai Fasci di combattimento.
La sua ultima novella, intitolata Una capanna e il tuo cuore, risale al 1919 e fu pubblicata anch'essa postuma, il 12 febbraio 1922, sull'Illustrazione italiana, mentre nel 1920 fu pubblicata un'edizione riveduta delle Novelle rusticane a Roma dalla casa editrice de La Voce.
Nel luglio di quell'anno, per l'ottantesimo compleanno dello scrittore, si tennero a Catania le onoranze presso il Teatro Massimo Vincenzo Bellini alla presenza dell'allora ministro della Pubblica Istruzione Benedetto Croce; il discorso ufficiale fu tenuto da Luigi Pirandello. Sempre in quell'anno Verga ricevette, a Roma, la nomina a senatore del Regno, per decisione del re Vittorio Emanuele III. Furono tra le poche apparizioni pubbliche dello scrittore dopo il ritiro a Catania.
Il 24 gennaio 1922 fu colto da ictus, non riprese più conoscenza e il 27 gennaio morì per emorragia cerebrale a Catania, nella casa di via Sant'Anna, assistito dai nipoti e dall'amico De Roberto, e dopo aver ricevuto l'estrema unzione, richiesta dai familiari nonostante durante tutta la vita fosse stato dichiaratamente scettico, se non ateo e materialista. Il patrimonio di Verga passò, in maggioranza, al nipote primogenito Giovanni Verga Patriarca.
Giovanni Verga è sepolto nel "viale degli uomini illustri" del cimitero monumentale di Catania.

Romanzi
Amore e Patria (1856-1857) [inedito di 672 ff. ms. parzialmente riportati in Lina Perroni, Studi verghiani, II, Ricordi di D'Artagnan. La prima giovinezza di Giovanni Verga e due suoi romanzi sconosciuti: Amore e patria; I carbonari della montagna, Palermo, Ed. del sud, 1929].
I carbonari della montagna, 4 volumi, Catania, Galatola, 1861-1862.
Sulle lagune, in "La Nuova Europa", 5 e 9 agosto 1862-13 gennaio e 15 marzo 1863.
Una peccatrice, Torino, Negro, 1866.
Storia di una capinera, Milano, Lampugnani, 1871.
Eva, Milano, Treves, 1873.
Eros, Milano, Brigola, 1875.
Tigre reale, Milano, Brigola, 1875.
I Malavoglia, Milano, Treves, 1881.
Il marito di Elena, Milano, Treves, 1882.
Mastro-don Gesualdo, Milano, Treves, 1889.
Dal tuo al mio, Milano, Treves, 1906.
La duchessa di Leyra, incompiuto in Federico De Roberto, Casa Verga e altri saggi verghiani, Firenze, Le Monnier, 1964.
Romanzi giovanili, a cura e con postfazione di Giuseppe Leonelli, Milano, Frassinelli, 1996.

Novelle
Nedda. Bozzetto siciliano, Milano, Brigola, 1874.
Primavera; La coda del diavolo; X; Certi argomenti; Le storie del castello di Trezza; Nedda, Milano, Brigola, 1877.
Rosso Malpelo, in "Fanfulla", 2-5 agosto 1878.
Vita dei campi. Nuove novelle, Milano, Treves, 1880. [Fantasticheria, Jeli il pastore, Rosso Malpelo, Cavalleria rusticana, La lupa, L'amante di Gramigna, Guerra di Santi, Pentolaccia]
Un'altra inondazione, in "Roma-Reggio", numero speciale del "Corriere dei Comuni", Roma, Tipografia elzeviriana dell'Officina Statistica, 1880.
La roba, in "Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti", 26 dicembre 1880.
Casamicciola, in "Don Chisciotte", n. 8, 3 aprile 1881.
I dintorni di Milano, in Milano 1881, Milano, Ottino, 1881.
Il come, il quando ed il perché, in appendice alla seconda edizione di Vita dei campi, Milano, Treves, 1881.
Pane nero, Catania, Giannotta, 1882.
Libertà, in "Domenica letteraria", 12 marzo 1882.
Novelle rusticane, Torino, Casanova, 1883. [Il Reverendo, Cos'è il Re, Don Licciu Papa, Il Mistero, Malaria, Gli orfani, La roba, Storia dell'asino di S. Giuseppe, Pane nero, I galantuomini, Libertà, Di là del mare]
Per le vie, Milano, Treves, 1883. [Il bastione di Monforte, In piazza della Scala, Al veglione, Il canarino del N. 15, Amore senza benda, Semplice storia, L'osteria dei «Buoni Amici», Gelosia, Camerati, Via Crucis, Conforti, L'ultima giornata]
Nella stalla, in Arcadia della carità. Strenna internazionale a beneficio degli inondati, Lonigo, Tipo-litografia ed. Luigi Pasini, 1883.
Drammi intimi, Roma, Sommaruga, 1884. [Drammi intimi, frammento 2, «Nel carrozzone dei profughi» (frammento 3), frammento IV, Un'altra inondazione, - Il Carnevale fallo con chi vuoi; - Natale e Pasqua falli con i tuoi. -, Ultima visita]
Mondo piccino, in "Nuova Antologia", 1º ottobre 1884.
Vagabondaggio, Firenze, Barbera, 1887. [Vagabondaggio, Il maestro dei ragazzi, Un processo, La festa dei morti, Artisti da strapazzo, Il segno d'amore, L'agonia d'un villaggio, ...e chi vive si dà pace, Il bell'Armando, Nanni Volpe, Quelli del colèra, Lacrymae rerum]
I ricordi del capitano d'Arce, Milano, Treves, 1891. [I ricordi del capitano d'Arce, Giuramenti di marinaio, Commedia da salotto, Né mai, né sempre!, Carmen, Prima e poi, Ciò ch'è in fondo al bicchiere, Dramma intimo, Ultima visita, Bollettino sanitario (Corrispondenza in 4ª pagina)]
Don Candeloro e C.i, Milano, Treves, 1894. [Don Candeloro e C.i, Le marionette parlanti, Paggio Fernando, La serata della diva, Il tramonto di Venere, Papa Sisto, Epopea spicciola, L'opera del Divino Amore, Il peccato di donna Santa, La vocazione di suor Agnese, Gli innamorati, Fra le scene della vita]
Una capanna e il tuo cuore, in "Illustrazione italiana", 12 febbraio 1922.
Tutte le novelle, 2 voll., Milano, A. Mondadori, 1940-1942.

venerdì 4 luglio 2025

PIRANDELLO Luigi (1867 - 1936)

 

Luigi Pirandello
 (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934.
Per la sua produzione, i temi affrontati e l'innovazione del racconto teatrale è considerato tra i più importanti drammaturghi del XX secolo. Tra i suoi lavori spiccano diverse novelle e racconti brevi (in italiano e in siciliano) e circa quaranta drammi, l'ultimo dei quali incompleto.

«Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco "Kaos".» (Luigi Pirandello)
Luigi Pirandello, figlio di Stefano Pirandello e Caterina Ricci Gramitto, appartenenti a famiglie di agiata condizione borghese, dalle tradizioni risorgimentali, nacque nel 1867 in contrada "Càvusu" della città siciliana di Agrigento (denominata Girgenti fino al 1927).
Nell'imminenza del parto che doveva avvenire a Porto Empedocle, per un'epidemia di colera che stava colpendo la Sicilia, il padre Stefano aveva deciso di trasferire la famiglia in un'isolata tenuta di campagna per evitare il contatto con la pestilenza. Porto Empedocle sino al 1863 si chiamava Molo di Girgenti e sino al 1853 era stata una borgata (frazione) dello stesso comune di Girgenti.
Il padre, Stefano Pirandello, aveva partecipato tra il 1860 e il 1862 alle imprese garibaldine; aveva sposato nel 1863 Caterina, sorella di un suo commilitone, Rocco Ricci Gramitto.
Il nonno materno di Luigi, Giovanni Battista Ricci Gramitto, era stato tra gli esponenti di spicco della rivoluzione siciliana del 1848-49 e, escluso dall'amnistia al ritorno del Borbone, era fuggito in esilio a Malta dove era morto un anno dopo, nel 1850, a soli 46 anni. La famiglia di Pirandello viveva in una situazione economica agiata, grazie al commercio e all'estrazione dello zolfo.
L'infanzia di Pirandello fu serena ma, come lui stesso avrebbe raccontato nel 1935, fu caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con gli adulti e in specie con i suoi genitori, in modo particolare con il padre. Questo lo stimolò ad affinare le sue capacità espressive e a studiare il modo di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Fin da ragazzo soffriva d'insonnia e dormiva abitualmente solo tre ore per notte.
Il giovane Luigi era molto devoto alla Chiesa cattolica a causa dell'influenza esercitata su di lui da una domestica di famiglia, la quale lo avvicinò alle pratiche religiose, inculcandogli però anche credenze superstiziose, fino a convincerlo della paurosa presenza degli "spiriti". La chiesa e i riti della confessione religiosa gli permettevano di accostarsi a un'esperienza di misticismo, che cercò di raggiungere in tutta la sua esistenza.
Si allontanò dalle pratiche religiose per un avvenimento apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un'estrazione a sorte perché il giovane Luigi vincesse un'immagine sacra; questi rimase così deluso dal comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere a che fare con la Chiesa, mettendosi a praticare una religiosità del tutto diversa da quella tradizionale.
Dopo l'istruzione elementare impartitagli privatamente, nel 1878 fu iscritto dal padre alla regia scuola tecnica di Girgenti, ma durante un'estate preparò, all'insaputa del padre, il passaggio agli studi classici. In seguito a un dissesto economico, la famiglia si trasferì a Palermo, dove il quattordicenne Luigi frequentò il regio ginnasio Vittorio Emanuele II e dove rimase anche dopo il rientro dei suoi, nel 1885, a Porto Empedocle. Qui si appassionò subito alla letteratura. A soli undici anni scrisse la sua prima opera, Barbaro, andata perduta. Per un breve periodo, nel 1886, aiutò il padre nel commercio dello zolfo, e poté conoscere direttamente il mondo degli operai nelle miniere e quello dei facchini delle banchine del porto mercantile.
Iniziò i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi, anche a causa di un insanabile conflitto con il rettore dell'ateneo capitolino, dovette completare, su consiglio del suo maestro Ernesto Monaci, a Bonn (1889).
A Bonn, importante centro culturale di quei tempi, Pirandello seguì i corsi di filologia romanza ed ebbe l'opportunità di conoscere grandi maestri come Franz Bücheler, Hermann Usener e Richard Förster. Si laureò nel 1891 con una tesi sulla parlata agrigentina, Foni ed evoluzione fonetica del dialetto di Girgenti (Laute und Lautentwicklung der Mundart von Girgenti), in cui descrisse il dialetto della sua città e quelli dell'intera provincia, che suddivise in diverse aree linguistiche. Il tipo di studi gli fu probabilmente di fondamentale aiuto nella stesura delle sue opere, dato l'alto grado di purezza della lingua italiana utilizzata. Durante il periodo di assenza dalla Sicilia, Pirandello teneva costantemente aggiornati i familiari su ciò che stava scrivendo e progettando, millantando però successi ed incontri inesistenti. Tra l'altro fece credere che la tesi e la laurea fossero imminenti - cosa ben lungi dal vero - al solo scopo di farsi inviare del denaro per acquistare l'abito per la cerimonia.
Nella città tedesca, alla fine di gennaio del 1890, conobbe a una festa in maschera la giovane Jenny Schulz-Lander, della quale si innamorò e con cui andò ad abitare nella pensione tenuta dalla madre della ragazza. A lei dedicò i versi di Pasqua di Gea, dove la descrive come «lucifera fanciulla, tu che il mio tutto sei e pur, forse, sei nulla» e la ricordò anche nei versi di Fuori di chiave: «Fuori la neve eterna fiocca; / piano l'uscio s'apre e, un dito in bocca, / entra scalza Jenny...».
Quarant'anni dopo, Pirandello, ormai famoso, durante un soggiorno a New York, ricevette un biglietto, a cui non rispose, da Jenny, che nel frattempo era diventata scrittrice.
Nel 1892 Pirandello si trasferì a Roma, dove poté mantenersi grazie agli assegni mensili inviati dal padre. Qui conobbe Luigi Capuana che lo aiutò molto a farsi strada nel mondo letterario e che gli aprì le porte dei salotti intellettuali dove ebbe modo di conoscere giornalisti, scrittori, artisti e critici.
Nel 1894, a Girgenti, Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano (1871-1959), figlia di un ricco socio del padre e cugina di secondo grado. Questo matrimonio concordato soddisfaceva soprattutto gli interessi economici della famiglia di Pirandello. Nonostante ciò tra i due coniugi nacque veramente l'amore e la passione. Grazie alla dote della moglie, la coppia godeva di una situazione molto agiata, che permise ai due di trasferirsi a Roma.
Nel 1895 nacque il primo figlio Stefano (1895-1972), a cui seguirono, due anni dopo, Rosalia "Lietta" Caterina (1897-1971) e dopo altri due anni, Fausto Calogero (1899-1975).
Nel 1903 un allagamento e una frana nella miniera di zolfo di Aragona di proprietà del padre, nella quale era stata investita parte della dote di Antonietta e da cui anche Pirandello e la sua famiglia traevano un notevole sostentamento, li ridusse sul lastrico.
Questo avvenimento accrebbe il disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di Pirandello, Antonietta. Ella era sempre più spesso affetta da attacchi di gelosia a causa dei quali o lei rientrava dai genitori in Sicilia o Pirandello era costretto a lasciare la casa. Il disturbo prese la forma di attacchi schizo-paranoidi con passaggi all'atto, che la portavano a scagliarsi contro tutte le donne che parlassero con il marito o che lei pensava che volessero avere un qualche tipo di rapporto con lui; perfino la figlia Lietta subì aggressioni fisiche e, a causa del comportamento della madre, tentò il suicidio e poi se ne andò di casa. La chiamata alle armi di Stefano nella Grande Guerra peggiorò ulteriormente la situazione mentale della madre.
Nel 1905 Pirandello portò la moglie in soggiorno a Chianciano Terme assieme ai figli, dove rimasero per due mesi in quello che lo scrittore definì «il paesello annidato sul colle ventoso proprio dirimpetto della Collegiata». Due novelle contenute nel libro Novelle per un anno sono ambientate in questo paese: Acqua amara e Pallino e Mimì.
Solo diversi anni dopo, nel 1919, egli, ormai disperato, acconsentì che Antonietta fosse allontanata da casa pur ricevendo sempre le visite di figli e nipoti. Antonietta Portulano morì in una clinica per malattie mentali di Roma, sulla via Nomentana, nel 1959, a 88 anni di età. La malattia della moglie portò lo scrittore ad approfondire, avvicinandosi alle nuove teorie sulla psicoanalisi di Sigmund Freud, lo studio dei meccanismi della mente e ad analizzare il comportamento sociale nei confronti della malattia mentale.
Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo delle sue prime opere letterarie e avendo come unico impiego fisso la cattedra di stilistica all'Istituto superiore di magistero femminile (cattedra che tenne dal 1897 al 1922), lo scrittore dovette impartire lezioni private di italiano e di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario. Dal 1909 iniziò anche una collaborazione con il Corriere della Sera.
Il suo primo grande successo fu il romanzo Il fu Mattia Pascal.Secondo la leggenda, sarebbe stato scritto nelle notti di veglia alla moglie paralizzata alle gambe, circostanza che in realtà manca di riscontri effettivi. Il libro fu pubblicato nel 1904 e immediatamente tradotto in diverse lingue. La critica non diede subito al romanzo il successo che invece ebbe tra il pubblico. Numerosi critici non colsero il carattere di novità del romanzo, come d'altronde di altre opere di Pirandello. Questo ferì moltissimo l'amor proprio di Pirandello, che se la prese, in varie occasioni, con coloro che riteneva ingiustamente celebrati dalla critica, tra cui D'Annunzio e Pascoli. All'uscita dei Canti di Castelvecchio e delle Laudi, confessò di detestarli nel modo più assoluto. Lo urtarono anche sia il fatto che D'Annunzio non lo degnò nemmeno di una replica, sia il sarcasmo di Pascoli che gli affibbiò il nomignolo "Pindirindello".
Perché Pirandello arrivasse al successo definitivo si dovette aspettare il 1922, quando si dedicò totalmente al teatro. Lo scrittore siciliano aveva rinunciato a scrivere opere teatrali, quando l'amico Nino Martoglio gli chiese di mandare in scena nel suo Teatro Minimo presso il Teatro Metastasio di Roma alcuni suoi lavori: Lumie di Sicilia e l'Epilogo, un atto unico scritto nel 1892. Pirandello acconsentì e la rappresentazione dei due atti unici, il 9 dicembre 1910, ebbe un discreto successo. Tramite i buoni uffici del suo amico Martoglio, anche Angelo Musco volle cimentarsi con il teatro pirandelliano: Pirandello tradusse per lui in siciliano Lumie di Sicilia, rappresentato con grande successo al Teatro Pacini di Catania il 1º luglio 1915.
Cominciò da questa data la collaborazione con Musco, che si guastò dopo qualche tempo per la diversità di opinioni sulla messa in scena della commedia Liolà nel novembre del 1916 al teatro Argentina di Roma: «Gravi dissensi» di cui Pirandello scriveva nel 1917 al figlio Stefano.
La guerra fu un'esperienza dura per Pirandello; il figlio Stefano venne infatti imprigionato dagli austriaci, e, una volta rilasciato, ritornò in Italia gravemente malato e con i postumi di una ferita. Durante la guerra, inoltre, le condizioni psichiche della moglie si aggravarono al punto da rendere inevitabile il ricovero in manicomio (1919), dove rimase, come detto, fino alla morte. Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico, dedicandosi soprattutto al teatro. Nel 1925 fondò la Compagnia del Teatro d'Arte di Roma con due grandissimi interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Con questa compagnia cominciò a viaggiare per il mondo: le sue commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway.
Nel giro di un decennio arrivò a essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto nel 1934, "per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell'arte drammatica e teatrale". Degno di nota fu lo stretto rapporto con la giovane Abba, sua musa ispiratrice, della quale Pirandello, secondo molti biografi e conoscenti, era innamorato forse solamente in maniera platonica.
Molte delle opere pirandelliane cominciavano intanto a essere trasposte al cinema: Pirandello andava spesso ad assistere alla lavorazione dei film; andò anche negli Stati Uniti d'America, dove famosi attori e attrici di Hollywood, come Greta Garbo, interpretavano i suoi soggetti. Nell'ultimo di questi viaggi (1935) andò a trovare, su invito, Albert Einstein a Princeton. In una conferenza stampa, Pirandello difese con veemenza la politica estera del fascismo, come la guerra d'Etiopia, e accusando i giornalisti statunitensi di ipocrisia, citando il colonialismo contro i nativi americani.
Alcuni critici accostavano Pirandello ad Einstein poiché il primo era narratore della relatività dell'Io. Il contenuto del loro incontro rimase segreto.
Pirandello non aveva mai preso specifiche posizioni politiche, tranne l'ammirazione per il patriottismo garibaldino di famiglia. L'idea politica di fondo di Pirandello era legata principalmente a questo patriottismo risorgimentale. Una sua lettera apparsa nel 1915 sul Giornale di Sicilia testimonia gli ideali patriottici della famiglia, proprio nei primi mesi dallo scoppio della Grande Guerra durante la quale il figlio Stefano fu fatto prigioniero dagli austriaci e rinchiuso, per la maggior parte della prigionia, nel campo di concentramento di Pian di Boemia, presso Mauthausen. Pirandello non riuscì a far liberare il figlio malato, neppure con l'intervento del papa Benedetto XV.
Nella sua vita condivise alcune delle idee dei giovani Fasci siciliani e del socialismo; ne I vecchi e i giovani si nota come l'idea politica di Pirandello fosse stata oscurata dalla riflessione "umoristica". Per Pirandello, i siciliani avevano subìto le peggiori ingiustizie dai vari governi italiani: è questa l'unica idea forte che ci presenta.
Nella prima guerra mondiale, fu un interventista, anche se avrebbe preferito che il figlio non partecipasse in prima linea alla guerra, cosa che invece Stefano fece, arruolandosi volontario immediatamente e rimanendo ferito e prigioniero degli austriaci, situazione che fu estremamente angosciosa per lo scrittore. Nel primo dopoguerra, non aderì subito ai Fasci di combattimento, tuttavia pochi anni dopo rese esplicita l'adesione al fascismo. Il 28 ottobre 1923 fu ricevuto da Mussolini a Palazzo Chigi. Il 17 settembre 1924 Pirandello chiese l'iscrizione al PNF, inviando un telegramma a Mussolini, pubblicato subito dall'agenzia Stefani: «Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l'E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregerò come massimo onore tenermi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera.» Il telegramma arrivava in un momento di grande difficoltà per il presidente del Consiglio, dopo il ritrovamento il 16 agosto del corpo dell'onorevole Giacomo Matteotti.
Nel 1925 Pirandello fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, redatto da Giovanni Gentile. L'adesione di Pirandello al Fascismo fu per molti imprevista e sorprese anche i suoi più stretti amici; sostanzialmente egli, per un certo conservatorismo che comunque aveva, guardava al Duce come riorganizzatore di una società in disfacimento e ormai completamente disordinata.
Potrebbe apparire un punto di contatto tra Pirandello e il fascismo il sostenuto relativismo filosofico di entrambi. In realtà ben diverso è il relativismo morale fascista fondato sull'attivismo soreliano e il relativismo esistenziale pirandelliano che si richiama all'originario movimento scettico-razionale europeo della fine del XIX secolo e l'inizio del XX.
«Pirandello si fa interprete di un relativismo pessimistico, angosciato, negatore di ogni certezza, del tutto incompatibile con l'ansia attivistica o relativistica - positiva - del nostro tempo
Sempre nel solco di Amendola e dei critici antifascisti vi è anche un commento più pragmatico alla sua iscrizione al Partito fascista, la quale avrebbe avuto origine nel suo ricercare finanziamenti per la creazione della sua nuova compagnia teatrale, che avrebbe così avuto il sostegno del regime e le relative sovvenzioni, anche se il governo, perfino dopo il Nobel, gli preferì sempre Gabriele D'Annunzio e Grazia Deledda, anche lei vincitrice del premio, come letterati ideali del regime, mentre Pirandello ebbe molta difficoltà a reperire i fondi statali, che Mussolini spesso non voleva concedergli.
Clamoroso fu il gesto del 1927, narrato da Corrado Alvaro, in cui Pirandello a Roma strappò la sua tessera del partito davanti agli occhi esterrefatti del Segretario Nazionale. Nonostante ciò, una rottura aperta col fascismo non si consumò mai. Anzi, quello stesso anno sul quotidiano L'Impero del 12 marzo, apparve una sua intervista con tanto di foglio autografo dell'autore stampato in prima pagina: «Mussolini non trova paragoni nella storia, mai esistito un condottiero che abbia saputo dare al suo popolo una così viva impronta della sua personalità».
Nel 1928 si concluse senza troppa fortuna l'esperienza del Teatro d'Arte cominciata quattro anni prima; dopo lo scioglimento, in tacita polemica con il regime fascista che a suo avviso era troppo parco di sostegno ai suoi progetti teatrali, Pirandello si ritirò per qualche mese a Berlino insieme a Marta Abba, primadonna della compagnia. Forse a parziale compensazione di questo mancato sostegno, nel 1929 Pirandello fu uno dei primi 30 accademici, nominati direttamente da Mussolini, della neo costituita Reale Accademia d'Italia.
Nel 1935, in nome dei suoi ideali patriottici, partecipò alla raccolta dell' "oro per la patria" donando la medaglia del premio Nobel ricevuto l'anno prima, gesto compiuto, tra gli altri, anche dall'antifascista Benedetto Croce, che donò la medaglia da senatore.
Questa scelta di adesione al regime è stata spesso sia minimizzata sia accentuata dalla critica, poiché sostanzialmente l'ideologia fascista non ebbe mai parte nella vita e nell'opera pirandelliana, abbastanza avulse dalla realtà politica, cosicché egli non fu in grado di
vedere e giudicare le violenze fasciste; tuttavia il contenuto idealmente anarchico, pessimista e quasi sempre anti-sistema delle sue opere era guardato con sospetto da molti intellettuali e uomini politici del PNF, che non lo consideravano degno di una vera "arte fascista". La critica fascista non sempre esaltava le opere di Pirandello, spesso considerandole non conformi agli ideali fascisti: vi si vedeva una certa insistenza e considerazione di quella borghesia altolocata (che pure Pirandello non amava particolarmente) che il fascismo formalmente condannava come corrotta e decadente. Gli arzigogoli filosofici dei personaggi dei drammi borghesi pirandelliani erano considerati quanto di più lontano dall'attivismo fascista.
Anche dopo l'attribuzione del Nobel, parecchi suoi lavori furono accusati dalla stampa di regime di disfattismo, tanto che anche Pirandello finì tra i "controllati speciali" dell'OVRA. Negli ultimi anni viaggiò difatti molto, andò in Francia e negli Stati Uniti d'America, quasi in un volontario esilio dal clima culturale italiano di quegli anni. Nonostante i suoi elogi al capo del governo, il Duce fece sequestrare l'opera La favola del figlio cambiato, per alcune scene ritenute non consone, impedendone le repliche (a Pirandello venne imposta, per contrasto, la regia dell'opera dannunziana La figlia di Iorio).
Nell'ottobre del 1889 Luigi Pirandello si trasferì in Germania, raggiungendo Bonn dove si iscrisse alla Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität; in questa università prestigiosa si presentò con una lettera del professore Ernesto Monaci. Nel periodo in cui risedette in Germania l'autore scrisse varie opere, è a questo periodo che risale il saggio critico Petrarca
e Colonia. In Germania Pirandello scrisse la poesia Convegno, nella quale faceva una descrizione di sé stesso, e che, nell'ottobre del 1901, fu pubblicata sulla Rivista d'Italia. A Bonn iniziò la stesura del taccuino di Bonn (1889-1993), manoscritto fondamentale sul laboratorio creativo dell'autore, ancora inedito agli studiosi se non per qualche trascrizione rara di immagini e testi. Pirandello si laureò il 21 marzo del 1891 in filologia romanza discutendo la tesi su suoni e sviluppo dei suoni della parlata di Agrigento.
Pirandello abitò a Roma al quartiere Nomentano, prima in Via Alessandro Torlonia, poi in via Antonio Bosio, in un villino costruito intorno agli anni dieci in una zona immersa nel verde e che ritorna in numerose pagine. Lo scrittore vi si trasferì definitivamente nel 1933 al suo rientro in Italia, dopo gli anni trascorsi a Berlino e a Parigi.
Corrado Alvaro così ricorda il verde che circondava la casa: «Nel mezzo dello studio c'era un divano con le spalle a una grande vetrata che dava, a destra, in un giardino. Il giardino era uno scenario vicino di lauri e di cipressi. Ma oltre a questo verde perenne e grave, che appena imbiondiva al sole di primavera, ci doveva essere qualche grande albero che perdeva le foglie, un platano o una magnolia; ricordo bene a certe stagioni quel fruscìo. […] È strano che questo fruscìo faccia parte dei miei ricordi su quello studio, e questo sfogliare sia trasferito in un parco anziché fra le carte del letterato»
L'appartamento è costituito da un ampio soggiorno-studio, da una camera da letto e da una terrazza dalla quale, allora, si potevano scorgere i pini di Villa Torlonia.
La biblioteca comprende circa 2.000 volumi appartenuti allo scrittore. Tra i quadri figurano quattro opere del figlio Fausto. Numerosi i manoscritti relativi a poesie, romanzi e drammi.
Luigi Pirandello amava trascorrere ampi periodi dell'anno nella quiete di Soriano nel Cimino (VT), un'amena e bella cittadina ricca di monumenti storici e immersa nei boschi del Monte Cimino. In particolare Pirandello rimase affascinato dalla maestosità e dalla quiete di uno stupendo castagneto situato nella località di "Pian della Britta", a cui volle dedicare un'omonima poesia, che oggi è scolpita su una lapide di marmo posta proprio in tale località.
Pirandello ambientò a Soriano nel Cimino (citando luoghi, località e personaggi realmente esistiti) anche due tra le sue più celebri novelle Rondone e Rondinella e Tomassino ed il filo d'erba. A Soriano nel Cimino, è rimasto vivo ancora oggi il ricordo di Pirandello a cui sono dedicati monumenti, lapidi e strade.
Luigi Pirandello frequentò anche Arsoli per molti anni, soprattutto durante i periodi estivi, dove amava dissetarsi con una gassosa nell'allora bar Altieri in piazza Valeria. Il suo amore per il paese si ritrova nella definizione che egli stesso diede ad Arsoli chiamandola "La piccola Parigi".
Appassionato di cinematografia, mentre assisteva a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo romanzo Il fu Mattia Pascal, nel novembre 1936 si ammalò di polmonite. Pirandello aveva 69 anni, e aveva già subito due attacchi di cuore; il suo corpo, ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti della vita, non sopportò oltre. Al medico che tentava di curarlo, disse: «Non abbia tanta paura delle parole, professore, questo si chiama morire»; dopo quindici giorni, la malattia si aggravò e il 10 dicembre 1936 Pirandello morì,
lasciando incompiuto l'ultimo lavoro teatrale, I giganti della montagna, opera a sfondo mitologico. Il terzo atto venne ideato e illustrato, nell'ultima notte di vita, dal figlio Stefano che lo scrisse poi sotto forma di narrativa, tentandone anche una ricostruzione, onde integrare la sceneggiatura del dramma, che solitamente è però rappresentato nella forma incompiuta, in due atti.
Per Pirandello il regime fascista avrebbe voluto esequie di Stato. Vennero invece rispettate le sue volontà espresse nel testamento scritto nel 1911: «Carro d'infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m'accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi». Per sua volontà il corpo, senza alcuna cerimonia, fu cremato, per evitare postume consacrazioni cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono deposte in una preziosa anfora greca già di sua proprietà e tumulate nel cimitero del Verano. Successivamente, nel 1947, Andrea Camilleri e altri quattro studenti dettero il via a un lento e travagliato adempimento delle sue ultime volontà (in caso non fosse stato possibile lo spargimento): far seppellire le ceneri nel giardino della villa di contrada "Caos", dove era nato. Il giurista e politico Gaspare Ambrosini, dopo il rifiuto di un pilota statunitense di volare da Roma a Palermo con a bordo le ceneri di un morto, trasportò l'anfora in treno, chiusa in una cassetta di legno. A Palermo il corteo funebre venne però bloccato dal vescovo di Agrigento Giovanni Battista Peruzzo, contrario a un corteo con un defunto cremato. Camilleri si recò dal vescovo, che rimase inamovibile; il futuro scrittore propose allora con successo l'idea di inserire l'anfora in una bara, che venne appositamente affittata. Il corteo, per un breve tratto a piedi e poi a bordo di una littorina, giunse ad Agrigento. Dopo una cerimonia religiosa, l'anfora con le ceneri venne estratta dalla bara e riposta nel Museo Civico di Agrigento, in attesa della costruzione di un monumento nel giardino della villa. Solo dopo parecchi anni dalla morte, nel 1962, fu realizzata una scultura monolitica di Renato Marino Mazzacurati, artista vincitore del concorso indetto, costituita principalmente da una grossa pietra non lavorata. Le ceneri vennero portate nel giardino e versate in un cilindro di rame inserito nel terreno, che venne chiuso da una pietra sigillata con del cemento.
Una parte rimanente delle ceneri, trovata anni dopo attaccata ai lati interni dell'anfora, non essendo più contenibile nel cilindro ricolmo e riaperto per l'occasione, venne dispersa, rispettando il desiderio originario di Pirandello stesso. Per la precisione storica a stabilire, nei minimi particolari, come dovevano svolgersi i funerali dei resti di Pirandello ad Agrigento, fu l'allora Sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano Monsignor Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI). L'alto prelato, con una lettera, datata 3 maggio 1939, indirizzata al vescovo di Agrigento Monsignor Peruzzo "sollecitava" che la manifestazione religiosa «dovrà essere subordinata all'assicurazione che le ceneri dello scrittore siano composte in una cassa funebre, come si usa per ogni salma, e che la notizia dell'avvenuta cremazione sia tenuta nascosta». Monsignor Peruzzo, nel 1947, anno in cui ebbero luogo i funerali nella città dei templi, attuò scrupolosamente e senza alcuna discrezionalità o sollecitazioni locali le "disposizioni" vaticane.


Teatro
Pirandello divenne famoso proprio grazie al teatro che chiama "teatro dello specchio", perché in esso viene raffigurata la vita vera, quella nuda, amara, senza la maschera dell'ipocrisia e delle convenienze sociali, di modo che lo spettatore si guardi come in uno specchio così come realmente è, e diventi migliore. Dalla critica viene definito come uno dei grandi drammaturghi del XX secolo. Scriverà moltissime opere, alcune delle quali rielaborazioni delle sue stesse novelle, che vengono divise in base alla fase di maturazione dell'autore:
Prima fase - Il teatro siciliano
Seconda fase - Il teatro umoristico/grottesco
Terza fase - Il teatro nel teatro (metateatro)
Quarta fase - Il teatro dei miti
Generalmente si attribuisce l'interesse di Pirandello per il teatro agli anni della maturità, ma alcuni precedenti mostrano come tale convinzione necessiti di una rivalutazione: in gioventù, infatti, Pirandello compose alcuni lavori teatrali, andati perduti poiché da lui stesso bruciati (tra gli altri, il copione de Gli uccelli dell'alto). In una lettera del 4 dicembre 1887, indirizzata alla famiglia, si legge: «Oh, il teatro drammatico! Io lo conquisterò. Io non posso penetrarvi senza provare una viva emozione, senza provare una sensazione strana, un eccitamento del sangue per tutte
le vene. Quell'aria pesante chi vi si respira, m'ubriaca: e sempre a metà della rappresentazione io mi sento preso dalla febbre, e brucio. È la vecchia passione chi mi vi trascina, e non vi entro mai solo, ma sempre accompagnato dai fantasmi della mia mente, persone che si agitano in un centro d'azione, non ancora fermato, uomini e donne da dramma e da commedia, viventi nel mio cervello, e che vorrebbero d'un subito saltare sul palcoscenico. Spesso mi accade di non vedere e di non ascoltare quello che veramente si rappresenta, ma di vedere e ascoltare le scene che sono nella mia mente: è una strana allucinazione che svanisce ad ogni scoppio di applausi, e che potrebbe farmi ammattire dietro uno scoppio di fischi!
» (Luigi Pirandello, da una lettera ai familiari del 4 dicembre 1887)
È in questa dimensione che si parla di "teatro mentale": lo spettacolo non è subito passivamente ma serve come pretesto per dar voce ai "fantasmi" che popolano la mente dell'autore (nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d'autore Pirandello chiarirà di come la "fantasia" prenda possesso della sua mente per presentargli personaggi che vogliono vivere, senza che lui li cerchi).
In un'altra missiva, spedita da Roma e datata 7 gennaio 1888, Pirandello sostiene che la scena italiana gli appare decaduta: «Vado spesso in teatro, e mi diverto e me la rido in veder la scena italiana caduta tanto in basso, e fatta sgualdrinella isterica e noiosa» (Luigi Pirandello, da una lettera ai familiari del 7 gennaio 1888)
La delusione per non essere riuscito a far rappresentare i primi lavori lo distoglie
inizialmente dal teatro, facendolo concentrare sulla produzione novellistica e romanziera.
Nel 1907 pubblica l'importante saggio Illustratori, attori, traduttori dove esprime le sue idee, ancora negative, sull'esecuzione del lavoro dell'attore nel lavoro teatrale: questi è infatti visto come un mero traduttore dell'idea drammaturgica dell'autore, il quale trova dunque un filtro al messaggio che intende comunicare al pubblico. Il teatro viene poi definito da Pirandello come un'arte "impossibile", perché "patisce le condizioni del suo specifico anfibio": un tradimento della scrittura teatrale, che ha di contro "il cattivo regime dei mezzi rappresentativi, appartenenti alla dimensione adultera dell'eco".
È in questo momento che Pirandello si distacca dalla lezione positivista e, presa diretta coscienza dell'impossibilità della rappresentazione scenica del "vero" oggettivo, ricerca nella produzione drammaturgica di scavare l'essenza delle cose per scoprire una verità altra (come è spiegato nel saggio L'Umorismo con il sentimento del contrario).
Il 6 ottobre 1924 fondò la compagnia del Teatro d'Arte di Roma con sede al Teatro Odescalchi con la collaborazione di altri artisti: il figlio Stefano Pirandello, Orio Vergani, Claudio Argentieri, Antonio Beltramelli, Giovanni Cavicchioli, Maria Letizia Celli, Pasquale Cantarella, Lamberto Picasso, Renzo Rendi, Massimo Bontempelli e Giuseppe Prezzolini; tra gli attori più importanti della compagnia figurano Marta Abba, Lamberto Picasso, Maria Letizia Celli, Ruggero Ruggeri. La compagnia, il cui primo allestimento risale al 2 aprile 1925 con Sagra del signore della
nave dello stesso Pirandello e Gli dei della montagna di Lord Dunsany, ebbe però vita breve: i gravosi costi degli allestimenti, che non riuscivano a essere coperti dagli introiti del teatro semivuoto costrinsero il gruppo, dopo solo due mesi dalla nascita, a rinunciare alla sede del Teatro Odescalchi. Per risparmiare sugli allestimenti la compagnia si produsse prima in numerose tournée estere, poi fu costretta allo scioglimento definitivo, avvenuto a Viareggio nell'agosto del 1928.

Saggi
Tra le opere più importanti di Luigi Pirandello ci sono i tre saggi, tutti concatenati tra loro: Arte e coscienza d'oggi, L'azione parlata, e infine Scienza e critica estetica. Il primo, Arte e coscienza d'oggi, è un saggio del 1893 scritto durante una delle sue varie permanenze a Roma. L'opera rappresenta la confusione che, secondo il poeta, si affligge all'interno delle menti dei suoi contemporanei. L'azione parlata è apparso su Il Marzocco il 7 maggio 1899 ed è l'opera in cui il poeta vuole rifarsi all'estetica di Gabriel Séailles, al romanticismo tedesco e alla poetica dell'immedesimazione teorizzata da Capuana. Nel 1900 Pirandello pubblica Scienza e critica estetica, ma nel 1908 presenta una rielaborazione del saggio, con il nuovo titolo di Arte e scienza. All'interno dell'opera si riscontra la visione del poeta per quanto riguarda la vuota forma della ragione, questione già trattata nella prima edizione in cui Pirandello sì riferisce alla psicologia attraverso le visioni di noti personaggi come Max Nordau, Alfred Binet e Gabriel Séailles. Secondo Pirandello scienza e arte non sono inconciliabili, tanto da arrivare a dire: «ogni opera di scienza è scienza e arte, come ogni opera d'arte è arte e scienza».

Romanzi
Pirandello scrisse sette romanzi:
1901 - L'esclusa, pubblicato a puntate su La Tribuna (poi in volume unico: Milano, Fratelli Treves, 1908).
1902 - Il turno, Catania, Niccolò Giannotta Editore.
1904 - Il fu Mattia Pascal, Roma, Nuova antologia.
1911 - Suo marito, Firenze, Edizioni Quattrini (poi Giustino Roncella nato Boggiolo, in: Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, 1941).
1913 - I vecchi e i giovani, 2 voll., Milano, Fratelli Treves (nuova versione data alle stampe nel 1931 per i tipi della Mondadori).
1916 - Si gira..., Milano, Fratelli Treves (poi Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1925).
1926 - Uno, nessuno e centomila, Firenze, R. Bemporad & figlio.

Novelle
Le novelle erano considerate le opere più durature, ma i critici moderni hanno cambiato tale opinione ritenendo le opere teatrali più degne di essere ricordate. Fare distinzione tra i contenuti delle novelle (o i romanzi) e le opere teatrali è difficile, in quanto molte novelle sono state messe in opera a teatro ad esempio: Ciascuno a suo modo deriva dal romanzo Si gira...; Liolà ha il tema preso da un capitolo de Il fu Mattia Pascal; La nuova colonia viene già presentata in Suo marito.
Analizzando le novelle possiamo renderci conto che ciò che manca veramente è una delineazione tematica, una "cornice": infatti sono presenti un crogiolo di personaggi ed eventi.
Il "tempo" in cui le novelle sono ambientate non è definito: infatti alcune si svolgono nell'epoca umbertina, poi giolittiana e del dopo-Giolitti; diversamente accade nelle novelle cosiddette "siciliane", nelle quali il tempo non è fissato, ma è un tempo antico, di una società che non vuole cambiare e che è rimasta ferma.
I "paesaggi" delle novelle sono vari; per quelle dette "siciliane" si ha spesso il tipico paesaggio rurale, anche se in alcune troviamo il tema sociale del contrasto tra le generazioni dovuto all'unità d'Italia. Altro ambiente delle novelle pirandelliane è la Roma umbertina o giolittiana.
I protagonisti sono sempre alla presa con il male di vivere, con il caso e con la morte. Non troviamo mai rappresentanti dell'alta borghesia, ma quelli che potrebbero essere i vicini della porta accanto: sarte, balie, professori, piccoli proprietari di negozi che hanno una vita sconvolta dalla sorte e da drammi familiari.
I personaggi ci vengono presentati così come appaiono, è difficile trovare un'approfondita analisi psicologica. Le fisionomie sono spesso eccentriche, per il sentimento del contrario, hanno un carattere opposto a come si presentano.
I personaggi parlano e ragionano nel presentarsi per come essi sentono di essere, ma alla fine saranno sempre preda del caso, che li farà apparire diversi e cambiati.

Novelle per un anno
Pirandello è uno dei più grandi scrittori di novelle, dapprima pubblicate su giornali o riviste e poi in varie raccolte. Dal 1922 l'autore decise di riunirle tutte in un unico ciclo intitolato Novelle per un anno, con l'intento di arrivare a scrivere 365 novelle, una per ogni giorno dell'anno. Riuscì però a pubblicare in vita solo i primi 14 volumi dei 24 programmati, più un ulteriore volume uscito poco dopo la sua morte.
Novelle per un anno, 15 voll., Firenze, Bemporad, 1922-1928; Milano, Mondadori, 1934-1937:
I Scialle nero, Firenze, Bemporad, 1922.
II La vita nuda, Firenze, Bemporad, 1922.
III La rallegrata, Firenze, Bemporad, 1922.
IV L'uomo solo, Firenze, Bemporad, 1922.
V La mosca, Firenze, Bemporad, 1923.
VI In silenzio, Firenze, Bemporad, 1923.
VII Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, 1924.
VIII Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, 1925.
IX Donna Mimma, Firenze, Bemporad, 1925.
X Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad, 1926.
XI La giara, Firenze, Bemporad, 1927.
XII Il viaggio, Firenze, Bemporad, 1928.
XIII Candelora, Firenze, Bemporad, 1928.
XIV Berecche e la guerra, Milano, Mondadori, 1934.
XV Una giornata, Milano, Mondadori, 1937.
Le novelle rimaste escluse da Novelle per un anno, chiamate a volte novelle estravaganti, vennero poi pubblicate in appendice alle successive edizioni.

Poesia
Dal 1883 al 1912 si svolge la produzione letteraria di Pirandello meno conosciuta dal grande pubblico, quella delle poesie che, contrariamente alla composizione teatrale, non esprimono alcun tentativo di rinnovamento sperimentale estetico, e seguono piuttosto le forme e i metri tradizionali della lirica classica, pur non rimandando a nessuna delle correnti letterarie presenti al tempo dello scrittore.
Nell'antologia poetica Mal giocondo, pubblicata a Palermo nel 1889, ma la cui prima lirica risale al 1880, quando Pirandello aveva appena tredici anni, emerge uno dei temi dell'ultima estetica pirandelliana del contrasto tra la serena classicità del mito e l'ipocrisia e la immoralità sociale della contemporaneità. Sono presenti, come nota lo stesso Pirandello, anche toni umoristici, specie quelli derivati dal suo soggiorno a Roma.
Le raccolte di poesie sono:
Mal giocondo, Palermo, Libreria Internazionale Pedone Lauriel, 1889.
Pasqua di Gea, Milano, Libreria editrice Galli, 1891 (dedicata a Jenny Schulz-Lander, di cui si innamorò a Bonn, con una chiara influenza della poesia di Carducci).
Pier Gudrò, 1809-1892, Roma, Voghera, 1894.
Elegie renane, 1889-90, Roma, Unione Cooperativa Editrice, 1895 (il cui modello sono le Elegie romane di Goethe).
Elegie romane, traduzione di Johann Wolfgang von Goethe, Livorno, Giusti, 1896.
Zampogna, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1901.
Scamandro, Roma, Tipografica Roma, 1909.
Fuori di chiave, Genova, Formiggini, 1912.

Opere
Mal giocondo, Palermo, Libreria Internazionale Pedone Lauriel, 1889.
A la sorella Anna per le sue nozze, Roma, Tipo-Litografia Miliani e Filosini, 1890.
Pasqua di Gea, Milano, Libreria editrice Galli, 1891.
Amori senza amore, Roma, Bontempelli, 1894.
Pier Gudrò, 1809-1892, Roma, Voghera, 1894.
Elegie renane, 1889-90, Roma, Unione Cooperativa Editrice, 1895.
Traduzione di Johann Wolfgang von Goethe, Elegie romane, Livorno, Giusti, 1896.
Zampogna, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1901.
Beffe della morte e della vita, Firenze, Lumachi, 1902.
Lontano. Novella, in "Nuova Antologia", 1-16 gennaio 1902.
Quand'ero matto.... Novelle, Torino, Streglio, 1902.
Il turno, Catania, Giannotta, 1902.
Beffe della morte e della vita. Seconda serie, Firenze, Lumachi, 1903.
Notizia letteraria, in "Nuova Antologia", 16 gennaio 1904.
Dante. Poema lirico di G. A. Costanzo, in "Nuova Antologia", 1904.
Bianche e nere. Novelle, Torino, Streglio, 1904.
Il fu Mattia Pascal, Roma, Nuova Antologia, 1904.
Erma bifronte. Novelle, Milano, Treves, 1906.
Prefazione a Giovanni Alfredo Cesareo, Francesca da Rimini. Tragedia, Milano, Sandron, 1906.
Studio preliminare a Alberto Cantoni, L'illustrissimo. Romanzo, Roma, Nuova Antologia, 1906.
Arte e scienza. Saggi, Roma, Modes, 1908.
L'esclusa, Milano, Treves, 1908.
Umorismo, Lanciano, Carabba, 1908.
Scamandro, Roma, Tipografia Roma, 1909.
La vita nuda. Novelle, Milano, Treves, 1910.
Suo marito, Firenze, Quattrini, 1911.
Fuori di chiave, Genova, Formiggini, 1912.
Terzetti, Milano, Treves, 1912.
I vecchi e i giovani, 2 voll., Milano, Treves, 1913.
Cecè. Commedia in un atto, in "La lettura", n. 10, 1913.
Le due maschere, Firenze, Quattrini, 1914.
Erba del nostro orto, Milano, Studio editoriale Lombardo, 1915.
La trappola. Novelle, Milano, Treves, 1915.
Se non così.... Commedia in tre atti, in "Nuova Antologia", 1º gennaio 1916.
Si gira.... Romanzo, Milano, Treves, 1916.
E domani, lunedì.... Novelle, Milano, Treves, 1917.
Liolà. Commedia campestre in tre atti, Roma, Formiggini, 1917.
Se non così. Commedia in tre atti. Con una lettera alla protagonista, Milano, Treves, 1917.
Un cavallo nella luna. Novelle, Milano, Treves, 1918.
Maschere nude, 4 voll., Milano, Treves, 1918-1921:
I, Pensaci, Giacomino, Così è (se vi pare), Il piacere dell'onestà, Milano, Treves, 1918.
II, Il giuoco delle parti. In tre atti, Ma non è una cosa seria. Commedia in tre atti, Milano, Treves, 1919.
III, Lumie di Sicilia. Commedia in un atto, Il berretto a sonagli. Commedia in due atti, La patente. Commedia in un atto, Milano, Treves, 1920.
IV, L'innesto. Commedia in tre atti, La ragione degli altri (ex Se non così). Commedia in tre atti, Milano, Treves, 1921.
Berecche e la guerra, Milano, Facchi, 1919.
Il carnevale dei morti. Novelle, Firenze, Battistelli, 1919.
Tu ridi. Novelle, Milano, Treves, 1920.
Pena di vivere così, Roma, Nuova libreria nazionale, 1920.
Maschere nude, 31 voll., Firenze, Bemporad, 1920-1929; Milano, Mondadori, 1930-1935:
I, Tutto per bene. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1920.
II, Come prima meglio di prima. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1921.
III, Sei personaggi in cerca d'autore. Commedia da fare, Firenze, Bemporad, 1921.
IV, Enrico IV. Tragedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1922.
V, L'uomo, la bestia e la virtù. Apologo in tre atti, Firenze, Bemporad, 1922.
VI, La signora Morli, una e due. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1922.
VII, Vestire gli ignudi. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1923.
VIII, La vita che ti diedi. Tragedia in tre atti , Firenze, Bemporad, 1924.
IX, Ciascuno a suo modo. Commedia in due o tre atti con intermezzi corali, Firenze, Bemporad, 1924.
X, Pensaci, Giacomino! Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XI, Così è (se vi pare). Parabola in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XII, Sagra del signore della nave, L'altro figlio, La giara. Commedie in un atto, Firenze, Bemporad, 1925.
XIII, Il piacere dell'onestà. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XIV, Il berretto a sonagli. Commedia in due atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XV, Il giuoco delle parti. in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XVI, Ma non è una cosa seria. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XVII, L'innesto. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XVIII, La ragione degli altri. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1925.
XIX, L'imbecille, Lumie di Sicilia, Cecè, La patente. commedie in un atto, Firenze, Bemporad, 1926.
XX, All'uscita. Mistero profano, Il dovere del medico. Un atto, La morsa. Epilogo in un atto, L'uomo dal fiore in bocca. Dialogo, Firenze, Bemporad, 1926.
XXI, Diana e la Tuda. Tragedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1927.
XXII, L'amica delle mogli. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1927.
XXIII, La nuova colonia. Mito. Prologo e tre atti, Firenze, Bemporad, 1928.
XXIV, Liolà. Commedia campestre in tre atti, Firenze, Bemporad, 1928.
XXV, O di uno o di nessuno. Commedia in tre atti, Firenze, Bemporad, 1929.
XXVI, Lazzaro. Mito in tre atti, Milano-Roma, Mondadori, 1930.
XXVII, Questa sera si recita a soggetto, Milano-Roma, Mondadori, 1930.
XXVIII, Come tu mi vuoi. Tre atti, Milano-Roma, Mondadori, 1930.
XXIX, Trovarsi. Tre atti, Milano-Roma, Mondadori, 1932.
XXX, Quando si è qualcuno. Rappresentazione in tre atti, Milano, Mondadori, 1933.
XXXI, Non si sa come. Dramma in tre atti, Milano, Mondadori, 1935.
Novelle per un anno, 15 voll., Firenze, Bemporad, 1922-1928; Milano, Mondadori, 1934-1937:
I, Scialle nero, Firenze, Bemporad, 1922.
II, La vita nuda, Firenze, Bemporad, 1922.
III, La rallegrata, Firenze, Bemporad, 1922.
IV, L'uomo solo, Firenze, Bemporad, 1922.
V, La mosca, Firenze, Bemporad, 1923.
VI, In silenzio, Firenze, Bemporad, 1923.
VII, Tutt'e tre, Firenze, Bemporad, 1924.
VIII, Dal naso al cielo, Firenze, Bemporad, 1925.
IX, Donna Mimma, Firenze, Bemporad, 1925.
X, Il vecchio Dio, Firenze, Bemporad, 1926.
XI, La giara, Firenze, Bemporad, 1927.
XII, Il viaggio, Firenze, Bemporad, 1928.
XIII, Candelora, Firenze, Bemporad, 1928.
XIV, Berecche e la guerra, Milano, Mondadori, 1934.
XV, Una giornata, Milano, Mondadori, 1937.
Teatro dialettale siciliano, VII, 'A vilanza, Cappiddazzu paga tuttu, con Nino Martoglio, Catania, Giannotta, 1922.
Prefazione a Nino Martoglio, Centona. Raccolta completa di poesie siciliane con l'aggiunta di alcuni componimenti inediti, Catania, Giannotta, 1924.
Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Firenze, Bemporad, 1925.
Uno, nessuno e centomila, Firenze, Bemporad, 1926.
Prefazione a Ezio Levi, Lope de Vega e l'Italia, Firenze, Sansoni, 1935.
Introduzione a Silvio D'Amico (a cura di), Storia del teatro italiano, Milano, Bompiani, 1936.
In un momento come questo, in "Nuova Antologia", 1º gennaio 1936.
Giustino Roncella nato Boggiolo, in Tutti i romanzi, Milano, Mondadori, 1941.
'U Ciclopu. Dal dramma satiresco “Il Ciclope” di Euripide, testo inedito con introduzione di Antonino Pagliaro, Firenze, Le Monnier, 1967.
Tutti i romanzi, 2 voll., Milano, A. Mondadori, 1973.
Novelle per un anno, 3 voll. in 6 tomi, Milano, A. Mondadori, 1985.
Maschere nude, 4 voll., Milano, A. Mondadori, 1986.
Lettere a Marta Abba, Milano, A. Mondadori, 1995
Saggi e interventi, Milano, A. Mondadori, 2006

giovedì 3 luglio 2025

ABBATE Fulvio (1956 - viv.)

 
Fulvio Abbate (Palermo, 20 dicembre 1956) è uno scrittore italiano. Si è laureato in filosofia con Armando Plebe all'Università degli Studi di Palermo, nel 1981, presentando una tesi su Louis-Ferdinand Céline e l'apocalisse.
Il suo romanzo d'esordio risale al 1990, anno in cui pubblica Zero Maggio a Palermo, ricostruendo l'esperienza comunista vissuta da giovanissimo nel capoluogo siciliano. L'opera prima – edita da Theoria e ripubblicata nel 2017 da La nave di Teseo – viene accolta dalla critica come esempio di stile lirico e visionario. Fa seguito un'ampia produzione che spazia tra narrativa civile, saggistica, reportage e pamphlet, come nel caso di Sul conformismo di sinistra, testo che segna il distacco dalla sinistra ufficiale; una posizione ribadita in modo ancor più radicale in occasione dell'aggressione russa all'Ucraina con un articolo, "Mi vergogno d'essere stato comunista", apparso su Huffpost il 4 marzo 2022. Dopo una formazione di segno neo-avanguardistico, Abbate si concede poi alla narrazione eroicomica, fino a "riscrivere" con La peste bis (Bompiani 1997) il capolavoro di Albert Camus. Lo stesso romanzo vedrà infine un'ulteriore radicale riscrittura ventiquattro anni dopo la sua prima uscita con il titolo La peste nuova (La nave di Teseo, 2020). Si orienta poi verso la narrazione autobiografica in modo sempre più netto, una soluzione letteraria in grado di custodire sia il fantastico sia il reale. Tra i temi narrativi a lui cari, il racconto letterario della città di Palermo, la memoria della guerra civile spagnola del 1936-1939 vista dalla prospettiva anarchica, la vicenda culturale e politica di Pier Paolo Pasolini, la città di Roma come luogo d'indagine e di scavo antropologico, lo studio delle dinamiche e delle occorrenze sentimentali, affettive e amorose, la riflessione decisamente
filosofica sul tema della salvezza e il paradosso della "speranza", la riflessione sull'idea di un socialismo libertario che accolga l'idea di individualità, come si evidenzia nel pamphlet scritto con Bobo Craxi, "Gauche caviar", e con "Lo Stemma" ha riflettuto narrativamente sui luoghi comuni legati alla Sicilia dei Gattopardi.
Nel corso degli anni, all'attività letteraria Abbate ha affiancato numerose esperienze in ambito giornalistico. Dal 1979 al 1983, durante la direzione di Nicola Cattedra, ha fatto parte della redazione del quotidiano palermitano L'Ora. Dal 1992 al 2008 è poi stato opinionista de l'Unità. Sempre come opinionista ha scritto su Reporter, Rinascita, La Stampa, Tuttolibri, Il Mattino, Il Messaggero, Il Riformista, Sette, Il Foglio, La Lettura, Gli Altri, Il Fatto Quotidiano, Il Garantista, Linus, Il Dubbio, Linkiesta, Corriere dello Sport - Stadio.
Dal 1994 al 1998 ha condotto su ItaliaRadio Avanti popolo, talk-show da lui stesso ideato. Nel 1998 ha poi dato vita a Teledurruti, "televisione monolocale" ospitata fino al 2003 dall'emittente romana TeleAmbiente, e nel 2007 diventata un canale YouTube. All'esperienza di Teledurruti si affiancano diverse apparizioni televisive.
Come critico d'arte contemporanea si è occupato di avanguardie e di classici, scrivendo, tra l'altro, sull'opera di Mario Schifano, Yves Klein, Joseph Beuys, Ettore Sordini, Alighiero Boetti, Piero Manzoni, Milan Kunc. Nel 1991 ha inoltre curato una mostra di tavole originali del vignettista Jacovitti, primo riconoscimento ricevuto in una galleria d'arte dal geniale fumettista italiano. 
Per il teatro è autore di A las barricadas, tragicommedia commissionatagli dalla Fondazione Orestiadi di Ludovico Corrao, andata in scena a Gibellina nell'agosto del 1999. Ha inoltre scritto e portato in scena Il teatro degli oggetti, monologo presentato per la prima volta nell'ambito del Teatro Festival Parma nel 2004. 
Dal 2010 al 2012 è stato ospite fisso, insieme all'ex tennista Adriano Panatta, della trasmissione televisiva di LA7 (ah)iPiroso condotta da Antonello Piroso.
Nell'agosto 2010 ha fondato il movimento "Situazionismo e Libertà", con un simbolo appositamente disegnato da Wolinski, accompagnato da slogan come «Aboliamo il lavoro», «Abbasso la realtà», «Per l'irrilevanza», un'esperienza che si è conclusa nell'ottobre 2019. Il 5 giugno 2020 ha dato vita ad "Avanguardia Narcisista", movimento di resistenza individuale, il cui simbolo mostra nuovamente un disegno inedito di Wolinski.
L'8 settembre 2012, a Parigi, per conto del Collège de Pataphysique, Fernando Arrabal lo ha nominato Commandeur Exquis de L'Ordre de la Grande Gidouille.  Tra gli altri riconoscimenti ricevuti: il Premio Le Ceneri dall'Associazione Moana Pozzi (25 dicembre 2008), il 41º Premio Satira Politica Forte dei Marmi per l'informazione sul web (settembre 2013) e il 44º Premio simpatia (assegnatogli in Campidoglio nel maggio 2014), il Magna Grecia Awards (a Castellaneta, in Puglia, nell'agosto 2020), nel novembre 2023, a Bari, vince la XIIª Edizione del Premio letterario "Porta d'Oriente" con il romanzo “Lo Stemma”.
Collabora attualmente come editorialista con l'Unità e ancora con i quotidiani online Huffington Post, Mowmag e Dagospia.
Da settembre 2020 prende parte come concorrente alla quinta edizione del Grande Fratello VIP, condotta da Alfonso Signorini, primo reality a cui lo scrittore partecipa.
Nel 2022, con lo slogan "Contro ogni ambizione", Fulvio Abbate lancia la propria candidatura al Quirinale, nell'occasione Drupi compone il brano omonimo  per accompagnare l'avventura intrapresa da Abbate per la Presidenza della Repubblica, al termine della quale otterrà alcuni voti. 
Nel gennaio del 2024 il vocabolo "amichettismo", neologismo coniato dallo stesso Abbate nonché titolo di un suo pamphlet pubblicato nell'anno precedente, viene inserito nel dizionario Treccani.
Oltre al canale YouTube Teledurruti ha diffuso contenuti video con stile e genere del tutto assimilabili a quelli di Teledurruti sul canale Pack, attualmente inattivo.

Opere
Zero maggio a Palermo, Theoria, 1990.
Oggi è un secolo, Theoria, 1992.
Capo d'Orlando. Un sogno fatto in Sicilia, Theoria, 1993.
Dopo l'estate, Bompiani, 1995.
La peste bis, Bompiani, 1997.
Il rosa e il nero. Palermo trent'anni dopo Mauro De Mauro, Editrice Zona, 2001.
Teledurruti, Baldini & Castoldi, 2002.
Il ministro anarchico, Baldini Castoldi Dalai, 2004, postfazione di Fernando Arrabal.
C'era una volta Pier Paolo Pasolini, edizioni de l'Unità, 2005.
Sul conformismo di sinistra, Gaffi, 2005.
Reality, Cooper, 2006.
Roma. Guida non conformista alla città, Cooper, 2007.
Quando è la rivoluzione, Baldini Castoldi Dalai, 2008.
La Rivoluzione è una suora che si spoglia, Bfs Edizioni, 2009.
Manuale italiano di sopravvivenza. Come fare una televisione monolocale e vivere felici in un paese perduto, Cooper, 2010.
Fernando Pessoa, Il banchiere anarchico, introduzione di Fulvio Abbate, Nova Delphi Libri, Roma 2010.
Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi, Dalai editore, 2011.
Le avventure di Super Trappi (illustrazioni di Carla Abbate), :duepunti edizioni, 2011.
Intanto anche dicembre è passato, Baldini & Castoldi, 2013.
Pasolini raccontato a tutti, Baldini & Castoldi, 2014.
Roma. Vista controvento, Bompiani, 2015.
LOve. Discorso generale sull'amore, La nave di Teseo, 2018.
I promessi sposini, (con le illustrazioni di Carla Abbate) La nave di Teseo, 2019.
La peste nuova, La nave di Teseo, 2020.
Quando c'era Pasolini, Baldini+Castoldi, 2022.
Gauche caviar, come salvare il socialismo con l'ironia (con Bobo Craxi), Baldini+Castoldi, 2022.
Lo Stemma, La nave di Teseo, 2023.
L'amichettismo, Pdfinprop Edizioni, 2023.
La mediocrità illustrata ai cocker spaniel, Capitano Sicuro editore, 2025.
I misteri di Monti Parioli (con Bobo Craxi), Capitano Sicuro editore, 2025.


mercoledì 2 luglio 2025

PAGLIARO Antonio (1968 - viv.)


Antonio Pagliaro
 (Palermo, 1968) è uno scrittore italiano.
Nato a Palermo nel 1968, Pagliaro è laureato in fisica; lavora come ricercatore nella sua città natale dopo avere vissuto in diverse città d'Europa (Catania, Edimburgo, Copenaghen, Utrecht, Roma).
Tra il 2008 e il 2011 collaborò ai quotidiani Liberazione e la Repubblica, nel 2011 e 2012 ha curato la rubrica Peñarol, il giallo e il nero sul magazine di arte, cultura e società 21. Per l'editore 21 ha diretto la collana Peñarol di romanzi gialli e neri.
Nel 2007 Giulio Mozzi, consulente per la narrativa dell'editore Sironi di Milano, curò il debutto letterario di Pagliaro con Il sangue degli altri, romanzo poliziesco che narra di un giornalista d'inchiesta del quotidiano L'Ora, Corrado Lo Coco, che si muove negli intrecci tra mafia siciliana e quella russa. All'opera, vista come uno spaccato di realtà in forma di romanzo letterario dal critico di Liberazione Nicolò La Rocca («Pagliaro ci racconta una Sicilia in cui la politica si fa crimine organizzato, e una Cecenia non più schiacciata sotto lo stereotipo di terra di terroristi»), fece seguito tre anni dopo I cani di via Lincoln (Laurana, 2010), altro romanzo criminale con Lo Coco, questa volta, alle prese con le connessioni tra la mafia siciliana e quella cinese.
L'opera seconda di Pagliaro, salutata come un thriller crudo e niente affatto consolatorio (non è previsto il lieto fine), lascia tuttavia il passo a un racconto breve di diversa ispirazione.
Sempre del 2010 è, infatti, il racconto lungo "true crime" Il giapponese cannibale, storia vera di Issei Sagawa, studente giapponese che nel 1981 a Parigi uccise una sua compagna olandese di facoltà e poi ne divorò parti del corpo.
Di differente registro La notte del gatto nero (Guanda, 2012), in cui vengono descritte le vicende di un padre di famiglia palermitano alle prese con la macchina della giustizia nella quale rimane implicato suo figlio diciottenne, accusato di detenzione e spaccio di cocaina; nonostante il romanzo non affronti direttamente il tema della criminalità organizzata lo scrittore Roberto Alajmo, dalle colonne di Repubblica, vi ha ravvisato immutata capacità di mantenere il lettore in tensione.
Con tale romanzo Pagliaro ha vinto il premio letterario Antonio Aniante 2013 succedendo allo stesso Alajmo.
Nel 2014 ha curato per Laurana Palermo criminale - Il grande romanzo della città, antologia di dodici racconti di altrettanti autori, compreso lo stesso Pagliaro, sulla Palermo del 2004; del 2015, per Guanda, è il suo quarto romanzo, Il bacio della bielorussa.
Nel 2020 esce il "true crime" Storia terribile delle bambine di Marsala che racconta la storia vera del rapimento di tre bambine avvenuto a Marsala nel 1971, a opera del Mostro di Marsala. Nel 2023 esce un altro "true crime", dal titolo Morirono nella notte. Il mistero della White House Farm. Il libro racconta la storia degli omicidi della White House Farm.

Opere
Il sangue degli altri, Milano, Sironi, 2007. Nuova edizione Laurana, 2022
I cani di via Lincoln, Milano, Laurana, 2010
Il giapponese cannibale, Frascati, Senzapatria, 2010
La notte del gatto nero, Milano, Guanda, 2012
  (a cura di), Palermo criminale. Il grande romanzo della città, Milano, Laurana, 2014
Il bacio della bielorussa, Milano, Guanda, 2015
Storia terribile delle bambine di Marsala, Milano, Zolfo, 2020
Morirono nella notte. Il mistero della White House Farm, Milano, Laurana, 2023
Il bambino segreto. 2024

PHILLIPS Caryl (1958 - viv.)

  Caryl Phillips  (St. Kitts, 13 marzo 1958) è uno scrittore, drammaturgo e saggista britannico. Meglio conosciuto per i suoi romanzi, per ...