giovedì 31 luglio 2025

CAPUANA Luigi (1839 - 1915)

 

Luigi Capuana
 (Mineo, 28 maggio 1839 – Catania, 29 novembre 1915) è stato uno scrittore, critico letterario e giornalista italiano, teorico tra i più importanti del Verismo.
Fu per due volte sindaco della sua città natale e si trasferì in seguito a Firenze, quindi a Milano e Roma. Rientrato in Sicilia, insegnò all'Università di Catania. Studioso di Zola e del naturalismo francese e interessato anche alla psicologia, viene considerato l'ideologo del Verismo. Egli intese realizzare un nuovo tipo di romanzo, costruito come un vero "documento" che si occupasse di una realtà rurale e regionale, puntando l'attenzione soprattutto sulla psicologia dei personaggi, trattata però in modo del tutto impersonale. La sua linea teorica si espresse in particolar modo nel suo romanzo più celebre, Il marchese di Roccaverdina del 1901. Scrisse anche numerose novelle, fiabe e saggi di critica letteraria; si interessò pure di teatro.
Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839, da Gaetano Capuana e Dorotea Ragusa, in una famiglia di agiati proprietari terrieri. Frequenta a Mineo le scuole comunali e nel 1851 si iscrive al Reale Collegio di Bronte, che lascia dopo solo due anni per motivi di salute, proseguendo comunque lo studio da autodidatta.
Conseguita la licenza, si iscrive, nel 1857, alla facoltà di Giurisprudenza di Catania, che abbandona nel 1860 per prendere parte all'impresa garibaldina in funzione di segretario del comitato clandestino insurrezionale di Mineo e, in seguito, come cancelliere (segretario comunale) nel nascente consiglio civico.
Risale al 1861 la leggenda in tre canti Garibaldi fu ferito fu ferito ad una gamba Garibaldi che comanda che comanda il battaglion, pubblicata a Catania dall'editore Galatola.
Nel 1864 si stabilisce a Firenze per tentare "l'avventura letteraria"; vi rimarrà fino al 1868.
A Firenze frequenta gli scrittori più noti dell'epoca, tra i quali Aleardo Aleardi e Gino Capponi, e nel 1865 pubblica i suoi primi saggi critici sulla Rivista italica, diventando nel 1866 critico teatrale del quotidiano La Nazione.
Nel 1867 pubblica sul quotidiano fiorentino la sua prima novella, dal titolo Il dottor Cymbalus, che prende a modello il racconto di Dumas figlio La boîte d'argent. Tra le opere narrative migliori del giovane Capuana sono da annoverare le novelle ispirate alla vita siciliana, ai personaggi e ai fatti grotteschi e tragici della propria provincia, come nel realismo bozzettistico di alcuni racconti della raccolta Le paesane e in altre che non presentano situazioni drammatiche, ma sono divertenti e cercano sempre di mettere in evidenza il lato comico anche se il caso si fa serio. Nelle novelle numerosi sono i ritratti dei canonici, dei prevosti, dei frati cercatori con la passione della caccia, del gioco e della buona tavola, tipici di tanti personaggi della narrativa del secondo Ottocento.
Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene, rimangono forse le opere più felici del Capuana. Esse non nascono da un interesse per il patrimonio folcloristico siciliano e non vengono raccolte come documenti della psicologia popolare, ma nascono dall'invenzione. Di queste, l'unico volume reperibile è: Si conta e si racconta (Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985).
Nel 1868 ritorna in Sicilia, pensando di rimanervi per poco tempo, ma la morte del padre e i problemi economici lo costringono a rimanere nell'isola.
Diventa dapprima ispettore scolastico, poi consigliere comunale di Mineo e infine viene eletto sindaco del paese. In questo periodo si accosta alla filosofia idealistica di Hegel e ha modo di leggere Dopo la laurea, un saggio del medico hegeliano e positivista Angelo Camillo De Meis in cui il pensiero filosofico si salda alla problematica letteraria, rimanendo entusiasta della sua teoria dell'evoluzione e morte dei generi letterari.
Nel 1875 Capuana si reca per un breve soggiorno a Roma e nello stesso anno, su consiglio dell'amico Giovanni Verga, si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare al Corriere della Sera come critico letterario e teatrale.
Nel 1877 esce a Milano la sua prima raccolta di novelle, Profili di donne, edita da Brigola, e nel 1879, ancora influenzato da Émile Zola, il romanzo Giacinta, considerato il manifesto del verismo italiano.
Nel 1880, nello stesso anno in cui Verga pubblica Vita dei campi, Capuana, che è entusiastico divulgatore del naturalismo francese e contribuisce con Verga a elaborare la poetica del verismo italiano, raccoglie i suoi articoli su Zola, Goncourt, Verga e altri scrittori dell'epoca in due volumi di Studi sulla letteratura contemporanea (1880-1882). Ritorna a Mineo e per un breve periodo è a Ispica, dove inizia a scrivere il romanzo che lo renderà celebre vent'anni dopo, Il marchese di Roccaverdina (originariamente Il marchese di Santaverdina), ambientato proprio nella cittadina ragusana.
Dal 1882 al 1883 lo scrittore risiede a Roma e dirige il Fanfulla della domenica. Gli anni fino al 1888 li trascorrerà a Catania e a Mineo, per tornare infine a Roma, dove rimarrà fino al 1901.
In questi anni la sua produzione letteraria è ricchissima.
Nel 1882 pubblica una raccolta di fiabe dai molti motivi folcloristici, C'era una volta; in seguito, dà alle stampe le raccolte di novelle Homo (1883), Le appassionate (1893), Le paesane (1894) e i migliori saggi critici nei quali, staccandosi dal naturalismo, rivela una propria estetica dell'autonomia dell'arte.
Sempre di questo periodo sono i suoi romanzi più noti, tra i quali Profumo, che appare dapprima in 10 puntate su la Nuova Antologia dal luglio al dicembre 1890 e in volume nel 1892 e Il Marchese di Roccaverdina (1901).
Nel maggio del 1888 va in scena, al teatro Sannazaro di Napoli, una commedia in cinque atti tratta dal romanzo Giacinta, con buon successo di critica e di pubblico.
Nel 1900 lo scrittore ottiene la cattedra di letteratura italiana presso l'Istituto Femminile di Magistero a Roma, approfondisce la sua amicizia con D'Annunzio e conosce Pirandello, che è suo collega al Magistero.
Lavora inoltre al romanzo Rassegnazione, che esce in cinque puntate su Flegrea dall'aprile al maggio dello stesso anno. Nel 1898, per i tipi di Giannotta, esce a Catania Gli "ismi" contemporanei.
Nel 1902 Capuana fa ritorno a Catania, per insegnare lessicografia e stilistica alla locale università. In questi anni si dedica alla stesura del romanzo Rassegnazione, che esce sulla rivista Flegrea nell'aprile e maggio del 1900 e nel 1907, pubblicato da Treves, in volume. Tra le sue ultime opere vi sono i volumi di fiabe e novelle, Coscienze (1905), Nel paese di Zagara (1910), Gli Americani di Rabbato (1912).
Contribuisce al genere fantascientifico con alcuni dei suoi racconti fantastici, tra i quali Nell'isola degli automi (1906), Nel regno delle scimmie, Volando e La città sotterranea (1908), L'acciaio vivente (1913, ne Il Giornale d'Italia).
Muore il 29 novembre 1915 a Catania. È sepolto nel cimitero di Mineo; il suo monumento funebre è stato realizzato dallo scultore Michele La Spina.
Dal 1864 al 1868 Capuana si trova a Firenze, nel cuore della breve stagione della città che si trova ad essere capitale d'Italia, succedendo a Torino e prima di Roma. Vi iniziò la sua attività di critico teatrale e subito manifesta negli articoli che scrive un «carattere spesso polemico. (...) L'ambiente fiorentino modifica radicalmente le sue opinioni estetiche». Fu durante la parentesi fiorentina che lo scrittore fu attratto dall'occultismo e dallo spiritualismo, sottoponendo «la figlia dei suoi padroni di casa a numerose prove di sonnambulismo e di allucinazioni». Lasciata Firenze, dopo un periodo vissuto a Roma e a Milano, Capuana «torna a Mineo, forse preso dalla nostalgia, e vi rimase per quasi due anni». È stato scritto che due diversi sentimenti si sviluppano contemporaneamente in questo periodo con «l'inizio della nota passione per una bella contadina del luogo, Beppa Conti, durata diciotto anni con fasi varie di gioia, insofferenza e tormentata gelosia (...) e la fraternità spirituale con Giovanni Verga». Una conferma riguardante il nome della donna, Beppa Conti, è data da una tesi di laurea.
Sulla stessa donna, ricordata con un diverso nome, risultano altre notizie ancora.
Nel 1875 ebbe inizio una relazione amorosa tra Capuana e una ragazza analfabeta, Giuseppina Sansone, che era stata assunta dalla sua famiglia come domestica. Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti all'ospizio dei trovatelli di Caltagirone. Non era infatti pensabile a quell'epoca che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale. La “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore, sposò un altro uomo (come l'Agrippina Solmo del Marchese di Roccaverdina, pubblicato nel 1901). Da questi figli illegittimi ebbero origine diverse famiglie, come la famiglia Martello.
Nel 1908 Capuana sposò la scrittrice Adelaide Bernardini, conosciuta nel 1895, «dopo alcuni anni di legame extraconiugale».
Capuana fu l'assertore più accorato del verismo, sostenitore instancabile del "metodo impersonale" che vide pienamente realizzato nelle opere dell'amico Verga, in quelle di De Roberto e in parte nelle proprie. Ebbe notevoli doti di critico, che a giudizio di alcuni furono superiori alle sue capacità inventive - dove veniva spesso a mancare proprio quella "forma vitale" che egli cercava nell'opera d'arte.
Nella raccolta di saggi Il Teatro italiano contemporaneo. Studi sulla letteratura contemporanea (1872) la poetica del verismo che Capuana aveva elaborato si poneva come regola fondamentale quella di ritrarre direttamente dal vero. Lo scrittore doveva assumere dalla vita contemporanea la materia e narrare fatti realmente accaduti, senza limitarsi a ritrarli dall'esterno, ma ricostruendo la storia cogliendo e rivelando tutto il processo mediante il quale il fatto si era prodotto.
La ricostruzione doveva avvenire attraverso il metodo scientifico, considerato il più idoneo a far parlare le cose direttamente impedendo che l'autore si servisse dei fatti come di un pretesto per esprimere sé stesso. Bisognava pertanto usare l'impersonalità.
Per poter inoltre condurre una ricostruzione del tutto veritiera era necessario usare una prosa duttile e viva, non retorica, che risultasse aderente ai fatti. Si richiedeva pertanto un linguaggio che non alterasse in nessun modo il mondo che si voleva rappresentare e Capuana scelse di proposito la lingua italiana.
«L'opera d'arte come organismo vivente - Quando l'artista riesce a darmi il personaggio vivente davvero, non so che dargli altro e lo ringrazio. Mi pare ch'egli mi abbia dato tutto quello che dovea. Pel solo fatto di essere vivente, quel personaggio è bello, è morale: e se opera bene e predica meglio, non nuoce: torno a ringraziar l'artista del più. E al pari del personaggio amo viva l'azione. L'azione allo stesso modo, pel solo fatto di esser vivente è bella, è morale: non bisogna pretendere l'assurdo. Sotto la veste dell'artista, convien rammentarselo, c'è sempre più o meno un pensatore. Se questi fa capolino un po' più dell'altro, tanto meglio; è quel che ci vuole a questi benedetti lumi di luna. Ma se si dovesse scegliere ad ogni patto, o l'uno o l'altro, io non esiterei, trattandosi di teatro, a scegliere l'artista.»
Conoscere la realtà che l'artista voleva rappresentare significava perciò conoscere tutti i nuovi strumenti che la cultura contemporanea poteva fornire, dall'indagine dei processi psicologici secondo i principi della fisiologia alla documentazione folcloristica per rappresentare il mondo contadino. 
Queste regole, proprie di tutti i veristi, rivelano in Capuana una grande apertura verso tutte le novità culturali che spiega la simpatia che lo scrittore proverà, a settanta anni, verso il futurismo, come anche la sua passione per l'allora nascente arte della fotografia, molto probabilmente interesse nato dal clima della Firenze degli Alinari durante il suo soggiorno fiorentino negli anni Sessanta. Più di un critico ha rimproverato a Capuana il gusto per la sperimentazione, ma è stato proprio questo gusto per la novità che gli consentì di difendere sempre le nuove tendenze e di farsi interprete della narrativa verghiana e delle opere del naturalismo francese. In seguito lo scrittore si dimostrò pronto a cogliere le tendenze spiritualistiche, estetizzanti e irrazionali, e fu incuriosito dalla parapsicologia. Già nel 1884 aveva sconvolto il mondo letterario , quando pubblicò Spiritismo?, una raccolta di saggi sul paranormale, e in particolare su una ragazza che si diceva una sorta di reincarnazione di Ugo Foscolo. Nella stessa raccolta vengono mostrate anche immagini di "invasati" e persino il ritratto di una bambina morta. Il punto interrogativo del titolo venne imposto dall'editore, nonostante Capuana avesse insistito per l'esclamativo. Federico De Roberto ironizzò sul titolo, fingendo un incontro con lo spettro di un fantomatico spiritista "barone di Gundelstubbe", il quale se l'era presa con Capuana per i suoi dubbi manifestati nel titolo. In una lettera a Luigi Pirandello del 1905, Capuana rivela quanto egli fu sensibile alle tematiche dell'occulto: «Il problema del DI LÀ - non esito a confessare la mia debolezza - mi interessa infinitamente più del telegrafo e del telefono senza fili, della direzione degli aerostati e di tante altre stupende ed utili invenzioni.»
Capuana fu inoltre pronto ad abbandonare il verismo con Gli "Ismi" contemporanei e Arte e scienza, quando riconobbe che esso rappresentava solamente uno dei tanti ismi della letteratura contemporanea.
Le opere narrative e drammatiche
Profili di donne
L'attività di critico trova riscontro nell'opera narrativa di Capuana dove, fin dagli inizi, con la raccolta di novelle Profili di donne del 1877 si coglie il tema principale della sua ricerca, quello della psicologia femminile, teso a ricostruire narrativamente i processi generatori dei "fatti umani" con un gusto per i racconti che hanno dello straordinario, ricchi di situazioni misteriose e personaggi enigmatici.
Giacinta
Nel 1879 Capuana pubblica il suo primo romanzo, Giacinta, nel quale si avverte un'esclusiva attenzione per il "documento umano".
Nel romanzo si racconta la storia di una donna che, avendo subito una violenza sessuale da bambina, si trova a dover scontare con tutta la sua vita e fino al suicidio la "colpa" che il pregiudizio sociale non le perdona.
Capuana, attraverso il punto di vista di un medico, cerca di rappresentare il personaggio "da scienziato" ma, come nota Ghidetti «il dottore, può solo prendere pessimisticamente atto di una predestinazione senza riuscire (anche per la grande confusione, è lecito dedurre, di maestri e dottrine che aveva in testa, proprio come il giovane Capuana) a penetrare il segreto di una rivolta consumata tutta all'interno della condizione femminile ed esaurita e spenta dall'autodistruzione». Ed infatti l'unico aiuto che la scienza potrà dare a Giacinta sarà il curaro, il veleno che il dottore le aveva dato come medicamento per il padre e con il quale la donna si ucciderà.
Giacinta fu il primo romanzo naturalista italiano e al suo apparire fu definito immorale. Esso, come lo stesso autore dichiara nella prefazione, fu composto dopo la lettura di Balzac, di Madame Bovary di Flaubert e dei Rougon Macquart di Zola, al quale è dedicato.
Il romanzo è puramente naturalista, c'è l'attenzione per i fatti patologici, in questo caso patologia morale, l'amore che diviene ossessione quindi malattia.
La figura che ne emerge è quella del medico, che da scienziato può intervenire nella realtà malata e curarla. In esso, tuttavia, il Capuana non si sofferma tanto sugli elementi "patologici" di Giacinta, quanto sulle sue reazioni consce e inconsce di fronte alla realtà. L'autore vuole penetrare "il segreto di certe azioni", vuole mostrare, nell'apparente incoerenza del comportamento della donna, una coerenza che, pur in contrasto con le leggi della ragione, rientrano in un sistema psicofisiologico. La violenza, subita da bambina, è quindi la chiave che spiega, in termini deterministici, ogni scelta di Giacinta che, anche se inspiegabile, la condurrà alla scelta estrema: il suicidio. Sul piano della tecnica narrativa siamo lontani, come sostengono alcuni critici, dall'impersonalità di Verga; in Giacinta è presente il narratore onnisciente che osserva i fatti dall'esterno e interviene con i suoi commenti. Come osserva Maria Luisa Ferlini «Il romanzo presenta squilibri di struttura e di tono (come testimoniano le diverse riscritture dell'autore)».
Profumo
Il romanzo, che fu pubblicato nel 1891, era in precedenza uscito dalla "Antologia" nel secondo semestre del 1890. In esso sono evidenti le influenze del naturalismo zoliano e gli elementi ispirati alla fisiologia e alla patologia compaiono come in Giacinta, anche se Capuana sembra voler ritornare al nucleo centrale della sua ispirazione, cioè all'indagine psicologica. Con questo romanzo Capuana si inoltra nella via del romanzo psicologico moderno, risalendo all'infanzia dei protagonisti e ritrovando i germi del male in azioni apparentemente trascurabili. Inoltre entrano nel racconto scene e immagini regionali, descrizioni pittoresche di folle paesane in movimento, come la festa della Passione di Gesù e la processione dei Flagellanti.
Malìa
Caso più unico che raro, lo stesso anno del libretto (1891), nacque la commedia omonima in italiano, e poi, nel 1902, quella in lingua siciliana malgrado il parere contrario di Verga, che non credeva in una Malìa in siciliano, e che fu portata alle stelle da Giovanni Grasso e Mimì Aguglia. La musicò Francesco Paolo Frontini che, prima di accingersi alla stesura dell'opera, fece leggere il libretto a Mario Rapisardi e a Verga. Rapisardi lo trovò «bellissimo». Verga ne fu «entusiasta». Il successo dell'opera si rinnovò a Bologna, Milano, Torino e al Teatro Nazionale di Catania. «A leggere l'opera anche oggi» - scriveva il maestro Pastura alla morte del Frontini - «un brivido di commozione ci avvince. Il dramma del Capuana trovò in Frontini un commentatore raffinato e preciso, un musicista che facendo musica seppe fare anche della psicologia. Jana, Nedda, Cola e Nino sono tratteggiati con profondo intuito e con una indagine psicologica che mette a nudo le loro anime inquiete, che precisa i caratteri, che ne riassume la tragedia». Sempre a proposito di Malìa, l'accento è stato posto ancora sull'isterismo della protagonista Jana, nata agli albori degli studi freudiani. Altre note opere teatrali di Capuana in siciliano furono Bona genti (1906), Lu cavaleri Pidagna (1909), Ppi lu currivu (1911), Cumparaticu (1911), Riricchia (1911), 'Ntirrugatoriu (1912), I fratelli Ficicchia (1912), Paraninfu (1914), Don Ramunnu Limoli (1915), Quacquarà (1915).
Il marchese di Roccaverdina
Ma il capolavoro di Capuana fu un altro romanzo: Il marchese di Roccaverdina pubblicato nel 1901, dopo circa quindici anni di lavoro. Il romanzo intreccia motivi di carattere sociologico, sulla linea della più tipica narrativa verista, all'elemento psicopatologico. La storia narrata è quella del marchese di Roccaverdina che, per ragioni di convenienza sociale, dà in sposa la giovane contadina che tiene in casa come serva-amante a un suo sottoposto, Rocco Criscione, che si impegna a rispettarla come una sorella ma che in seguito, avvelenato dal sospetto, proprio il marchese uccide a tradimento, lasciando che venga incolpato del delitto un altro contadino. La vicenda, che si snoda sullo sfondo di una campagna siciliana arida e desolata con un ritmo cupo e ossessivo, è narrata in flashback dal marchese come ricordo angoscioso e come confessione. Il tema dominante, tutt'altro che facile, è quello della progressiva follia del protagonista dalle prime paure spiritistiche ai vari tentativi di placare l'angoscia e il rimorso con la religione, con il lavoro, con il matrimonio, con il materialismo e l'ateismo, fino alla follia, alla demenza, alla morte. Esso è risolto felicemente dal narratore con una formula realistica che non insiste sul caso patologico, come in Giacinta e in Profumo, ma si serve di una vicenda umana per risalire alla complessa psicologia dei personaggi. Prevale in questa opera di Capuana la fredda analisi a danno dell'abbandono poetico e fantastico.
Le novelle
Tra le opere narrative migliori di Capuana sono da annoverare le novelle ispirate alla vita siciliana, ai personaggi e ai fatti grotteschi e tragici della propria provincia, come nel realismo bozzettistico di alcuni racconti della raccolta Le paesane e in altre che non presentano situazioni drammatiche, ma sono divertenti e cercano sempre di mettere in evidenza il lato comico anche se il caso si fa serio. Nelle novelle numerosi sono i ritratti dei canonici, dei prevosti, dei frati cercatori con la passione della caccia, del gioco e della buona tavola, tipici di tanti personaggi della narrativa del secondo Ottocento.
Le fiabe
Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene rimangono forse l'opera più felice del Capuana. Esse non nascono da un interesse per il patrimonio folcloristico siciliano e non vengono raccolte come documenti della psicologia popolare, ma nascono dall'invenzione.
Recentemente la casa editrice Donzelli ha pubblicato l'intera raccolta di fiabe sotto il titolo Stretta la foglia, larga la via a cura di Rosaria Sardo con illustrazioni di Lucia Scuderi.
Fotografia
Luigi Capuana fu un fotografo che qualcuno ha definito professionista o almeno non dilettante. Fin da 1862 fu una vera e propria passione a cui dedicò tempo e denaro, costruendosi perfino delle macchine. Nel 1880 si autocostruì un laboratorio fotografico organizzato, definendosi un «maniaco della camera oscura».
Le sue immagini costituivano anche elementi preparatori per i suoi romanzi. Quando divenne sindaco del suo paese, Mineo, costituì un archivio fotografico con le fotografie della città, a riprova del valore che egli dava all'immagine. Ampliando la riflessione, tenuto conto che anche Verga si dedicò alla fotografia, indotto dall'amico, probabilmente il Verismo ci apparirebbe in una visione più variegata e complessa se lo vedessimo non solo attraverso gli scritti dei due romanzieri ma anche attraverso le loro fotografie, che invece sono rimaste chiuse dentro i cassetti per tanti anni.


Nonostante le poche foto di Capuana arrivate fino a noi, che lui stesso catalogava scrivendone i dettagli nel retro delle foto stesse ed in appositi registri con annotazioni scrupolose, grazie ai quali sappiamo che una parte significativa sono andate perdute ma, se non altro, ne conosciamo le informazioni, siamo di fronte ad un fotografo che non possiamo definire "dilettante" sia per le conoscenze tecniche maturate sia per i risultati conseguiti. Inoltre e soprattutto l'approccio umorale, frutto di una tensione dialettica nella quale alterna esaltazione e malinconia, delinea un rapporto profondo con la fotografia che in qualche misura si contrappone alla sua stessa attività di scrittore. Tutto ciò è assente in Verga in cui la fotografia costituisce soltanto una divagazione, non più di un hobby. Capuana, invece, esprime una concezione più intensa del suo desiderio di rappresentazione se, ad esempio, guardiamo alla foto intitolata "Esperimento di fotografia del pensiero" del 1889, legata probabilmente alla sua ricerca sullo spiritismo ma anche a forme del pensiero teosofico ed esistenziale, che, peraltro, sembra anticipare nelle forme novecentesche del modernismo.


In pieno positivismo, che esalta la scienza ed il materialismo, Capuana indaga lo spiritismo, l'invisibile, l'aldilà. Nella seconda parte dell'Ottocento, positivismo e spiritismo si intrecciarono e si respinsero, oltre al rapporto con la Chiesa che li rifiutò entrambi: da un lato il materialismo che allontanava da Dio, dall'altro lo spiritismo che finiva per mostrare il satanismo che si celava all'interno. Capuana sembrava essere ossessionato dall'Invisibile: dunque la fotografia poteva indagare le persone nella loro interiorità essendo fatte da una macchina "neutra" senza l'intervento creativo dell'uomo. Anche se si trattava di una pratica comune in quei decenni, quella cioè di fotografare i morti affinché le famiglie potessero avere almeno un'immagine dei loro cari, specialmente dei bambini, data l'alta mortalità infantile, l'intento di Capuana, che produsse tante foto di defunti, compresa quella della madre, fu probabilmente quello di cogliere qualche indizio del mondo invisibile che si celava oltre la morte.
Non solo, ma la scoperta dei raggi X, su cui egli scriverà in maniera specifica dei racconti, uno dei quali intitolato proprio "Raggi X" (1898), sembrò andare nella direzione auspicata: esisteva un mondo invisibile che la scienza stava scoprendo!
Anche i ritratti costituirono un interessante banco di prova di un fotografo non più alle prime armi, basti pensare al ritratto sensuale, parzialmente di spalle, a mezza figura, della moglie Adelaide Bernardini del 1903 ma soprattutto a quello di Luigi Pirandello del 1884 che è sicuramente uno dei più intensi ed originali tra quelli dei fotografi che lo ritrassero.
Ritrovate casualmente in un cassetto nel magazzino di un erede dello scrittore, sono riemerse 120 lastre di vetro negative inedite con scene contadine, ritratti, paesaggi siciliani, ma anche still life. Le foto sono state oggetto di una mostra a Milano nel novembre 2017 dal titolo "Scritture di luce" dove sono state esposte anche le foto di Verga.

Opere
Garibaldi. Leggenda drammatica in tre canti, Catania, Galatola, 1861.
Il bucato in famiglia. Discorso pronunziato il dì 24 novembre 1870, Catania, Galatola, 1870.
Il teatro italiano contemporaneo. Saggi critici, Palermo, Pedone Lauriel, 1872.
Il Comune di Mineo. Relazione del sindaco, Catania, Galatola, 1875.
Profili di donne, Milano, Brigola, 1877.
Giacinta, Milano, Brigola, 1879.
Studi sulla letteratura contemporanea, I serie, Milano, Brigola, 1880.
Un bacio ed altri racconti, Milano, Ottino, 1881.
C'era una volta... Fiabe, Milano, Treves, 1882.
Studi sulla letteratura contemporanea, II serie, Catania, Giannotta, 1882.
Homo. Milano, Brigola, 1883.
Il regno delle fate, Ancona, Morelli, 1883.
La Reginotta, Milano, Brigola, 1883.
Spiritismo? Catania, Giannotta, 1884.
Ribrezzo, Catania, Giannotta, 1885.
Manoscritto inedito redatto in occasione del discorso tenuto durante la premiazione dell'anno scolastico 1885-86 nelle scuole elementari di Mineo
Vento e tempesta, Palermo, Sandron, 1889.
Fumando, Catania, Giannotta, 1889.
Profumo, in "Nuova Antologia" dal 1º luglio al 1º dicembre 1890, poi in volume, Palermo, Pedone Lauriel, 1892.
La Sicilia e il brigantaggio, Roma, il Falchetto, 1892.
Spera di Sole (commedia per burattini), in "Cenerentola", n. 7-8-9-10, Roma, 29 gennaio-19 febbraio 1893.
La commedia dei grandi rifatta dai piccini, “Cenerentola”, 20 maggio 1893.
Le appassionate, raccolta di novelle, 1893.
Le paesane, raccolta di novelle, 1894.
Il pecoro nero, fiabe e novelle illustrate da D. Lacava Feola, Giannotta, Catania, s. d. (Raya suggerisce la data 1894).
Il Raccontafiabe, seguito al C'era una volta, Firenze, Bemporad, 1894.
Fanciulli allegri, Roma, Voghera, 1894.
La Sicilia nei canti e nella novellistica contemporanea, conferenza letta al Comitato bolognese della Società Dante Alighieri, 12 maggio, 1894.
Il drago, novelle, raccontini e altri scritti per fanciulli, Roma, Voghera, 1895.
Mondo occulto, Napoli, Pierro, 1896.
Schiaccianoci, novelle e novelline, Firenze, Bemporad, 1897.
Scurpiddu, racconto illustrato per ragazzi. Libro raccomandato dal Ministero della pubblica istruzione, Torino, Paravia, 1898.
Gli "ismi" contemporanei, Giannotta, Catania, 1898.
L'isola del sole, Giannotta, Catania, 1898.
Raccontini e ricordi, Paravia, Torino, 1899.
Avarizia, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Le prodezze d'Orlando racconto, Palermo, Sandron, 1899.
L'ultima scappata, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Pupattolina, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Tentennone, Barabba, Lanciano, 1900.
Il marchese di Roccaverdina, romanzo incompiuto in ventidue puntate sul quotidiano "L'ora" di Palermo, dal 12 settembre all'11 novembre 1900, poi in volume, Milano, Treves, 1901.
Il benefattore, e altri racconti, Carlo Liprandi editore, 1901
Il decameroncino, Catania, Giannotta, 1901
Gambalesta, racconto per ragazzi, Palermo, Biondo, s. d. (1903)
La Sicilia e il brigantaggio, in "L'isola del sole", Catania, Giannotta, 1903.
I fatti principali della storia d'Italia, raccontati da uno zio ai nipoti scolari IV classe elementare, Catania, Battiato, 1904. Nella parte seconda vengono raccontati i fatti "dalla scoperta dell'America fino al tempo presente"
Breve storia d'Italia ad uso delle scuole tecniche e complementari (3 volumi), Catania, Battiato, 1905.
I diritti e i doveri ad uso dei giovanetti delle scuole elementari superiori, Catania, Battiato, 1905.
Re Bracalone, romanzo fiabesco, con diciotto composizioni di C. Chiostri, Firenze, Bemporad, 1905.
Storia d'Italia ad uso dei ginnasi inferiori (2 volumi), Catania, Battiato, 1905-06.
Coscienze, Catania, Battiato, 1905.
La paura è fatta di nulla ed altre novelle, Torino, Paravia, 1906.
Come Berto divenne buono, novellina, Palermo, Corselli, 1906.
Un vampiro, Roma, Enrico Voghera Editore, 1907.
Cardello, racconto illustrato da G. Bruno, Palermo, Sandron, 1907.
Prima fioritura, corso di letture educative per le classi elementari maschili, libro ad uso della III classe, Biondo, Palermo, 1907.
State a sentire! Novelle, Palermo, Sandron, 1907.
La prima sigaretta ed altre novelle, Torino, Paravia, 1907.
Chi vuol fiabe, chi vuole?, Firenze, Bemporad, 1908.
Prima fioritura, ad uso della IV classe maschile e femminile, Palermo, Biondo, 1908.
Cara infanzia, racconti per fanciulli, Carabba, Lanciano, 1908.
Sillabario semplicissimo per la I elementare maschile e femminile, Palermo, Biondo, 1909.
Nel paese della zagara, novelle siciliane, Firenze, Bemporad, 1910.
Fiabe (in collaborazione con P. Lombroso e D. B. Segrè), Roma, Podrecca e Galantara, 1911.
Gli "Americani" di Rabbato, racconto illustrato da A. Terzi, Palermo, Sandron, 1912.
Prima fioritura ad uso delle classi V e VI, Palermo, Biondo, 1912.
Si conta e si racconta... fiabe minime, Muglia, Catania, 1912; Catania-Roma, Pellicanolibri, 1989.
La primavera di Giorgio, racconto, "La scolastica", Ostiglia, 1913.
Testoline!, racconti, Barabba, Lanciano, 1913.
Eh! La vita..., Quinteri, Milano, 1913.
Il diario di Cesare, Palermo, Sandron, 1914.
Buono per inganno, Palermo, Sandron, 1914.
L'omino di mamma, Palermo, Sandron, 1914.
Guerra! Guerra!, Palermo, Sandron, 1914.
Sarta per bambole, Palermo, Sandron, 1914.
Un piccolo fregoli, Palermo, Sandron, 1914.
Istinti e peccati, Minerva, Catania, 1914.
Tiritituf, fiaba, "La scolastica", Ostiglia, 1915.
Prime armi, Palermo, Sandron, 1915.
L'avventura di Liana, Palermo, Sandron, 1915.

Edizioni postume
Le ultime fiabe, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1919.
Otto novelle per ragazzi, Palermo, Sandron, 1921.
Ricordi d'infanzia, Palermo, Sandron, 1922.
La fiaba lunga lunga…, Palermo, Sandron, 1923.
La festa dei pastori, Firenze, Bemporad, 1924.
Il figlio di Scurpiddu, Milano, Mondadori, 1933.
Inediti 1850-1915; a cura di Pina Sidoti, Acireale, 1979.

Epistolario
Lettera di Luigi Capuana a Mario Rapisardi, per chiedergli un prestito di denaro (1903)
Lettera di Luigi Capuana a Mario Rapisardi, per ringraziarlo (1903)
Carteggio Capuana-Neera 1881-1885, conservato in "Archivio Martinelli '41-'42" un interessante carteggio. Recuperato dalla figlia di Neera, Maria Martinelli Radius, è formato da 18 lettere di Luigi Capuana e 28 di Neera in copia. È uno scambio di informazioni sulla reciproca attività letteraria e contiene galanti giudizi dell'autore siciliano sulla scrittura e sulla persona di Neera, pseudonimo oraziano di Anna Radius Zuccari, giornalista e scrittrice lombarda (1846-1918), interprete moderata del dibattito sull'emancipazione femminile. Entrambi i due autori esploravano le psicologie femminili, oggetto di tante loro opere.


mercoledì 30 luglio 2025

DE ROBERTO Federico (1861 - 1927)

 

Federico De Roberto
 (Napoli, 16 gennaio 1861 – Catania, 26 luglio 1927) è stato uno scrittore italiano.
Nacque a Napoli nel 1861, da Federico, quarantenne ex ufficiale di stato maggiore del Regno delle Due Sicilie col grado di maggiore e dalla nobildonna di origini catanesi, ma nata a Trapani, Marianna Asmundo; gli vennero imposti i nomi di Federico, Maria, Francesco, Diego, Michele, Luigi, Vincenzo.
A nove anni si trasferì con la famiglia a Catania nel 1870, dopo la dolorosa perdita del padre, don Federico senior (non Ferdinando, come erroneamente riportato da più parti nei vecchi studi), travolto da un treno sui binari della stazione di Piacenza. Da allora, salvo una lunga parentesi milanese e una più breve a Roma, Federico visse all'ombra gelosa della madre, donna Marianna Asmundo Ferrara, che con la sua personalità forte e possessiva esercitò un grande influsso sulla vita del figlio.
A Catania dal 1874 frequentò l'istituto tecnico "Carlo Gemmellaro" e nel 1879 si iscrisse alla facoltà di scienze fisiche, matematiche e naturali dell'Università di Catania. Al terzo anno abbandonò la formazione scientifica perché sempre più incline a sviluppare gli interessi letterari e gli studi classici, allargando la sua cultura al latino. In questo periodo iniziò a collaborare con alcune riviste.
Strinse rapporti professionali con l'editore Giannotta di Catania.
Nel 1881 esordì con il saggio Giosuè Carducci e Mario Rapisardi. Polemica, pubblicato da Giannotta.
Si fece presto conoscere negli ambienti intellettuali per la sua attività di consulente editoriale, critico e giornalista sulle pagine di due settimanali che uscivano a Catania e a Roma: il Don Chisciotte, del quale fu anche direttore dal 1881 al 1882, e il Fanfulla della domenica, sul quale scrisse dal 1882 al 1883 firmandosi con lo pseudonimo di Hamlet.
Per l'editore Giannotta fondò la collana di narrativa dei "Semprevivi" ed ebbe modo di conoscere Capuana e Verga, con i quali strinse una salda e duratura amicizia.
Nel 1883 elaborò saggi sulla letteratura naturalista e verista, su Zola, Capuana, Flaubert e Matilde Serao, che raccolse in un volume per Giannotta, dal titolo Arabeschi.
La collaborazione con il Fanfulla della domenica avviata nel 1882 proseguì fino al 1900. I suoi scritti vertevano su arte e letteratura. Abbandonò lo pseudonimo e cominciò a firmarsi con il suo vero nome. Nello stesso periodo venne incaricato dal Comune di Catania di gestire la biblioteca civica ex benedettina di San Nicola all’Arena, luogo in cui De Roberto avrebbe trascorso molto del suo tempo.
Un momento importante per la formazione dello scrittore fu l'incontro, durante un soggiorno in Sicilia, con il critico letterario e scrittore francese Paul Bourget (1852-1935), al tempo molto noto per i suoi studi psicologici e romanzi che si contrapponevano al naturalismo di Émile Zola, nei quali Bourget analizzava minuziosamente le coscienze tentando di giungere ad una "anatomia morale".
Decisivo fu per De Roberto il trasferimento a Milano nel 1888, dove fu introdotto da Verga nella cerchia degli Scapigliati e conobbe Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa e Giovanni Camerana, consolidando sempre più la sua amicizia con Verga e Capuana. Durante il soggiorno milanese scrisse per il Corriere della Sera e pubblicò diverse raccolte di novelle. Nel 1888 iniziò a collaborare con il Giornale di Sicilia di Palermo e avviò una serie di carteggi con un giovane studente in giurisprudenza, il palermitano Ferdinando Di Giorgi, mentre a Milano pubblicò le novelle psicologiche Documenti umani, edite da Treves.
Nel 1889 un altro editore milanese, Libreria Editrice Galli, pubblicò il romanzo Ermanno Raeli. Sempre nel periodo milanese, De Roberto concepì la trilogia di romanzi sui principi Uzeda di Francalanza composta da: L'illusione, pubblicato nel 1891; I Viceré, pubblicato nel 1894, considerato il suo capolavoro, ma molto discusso al tempo dai suoi contemporanei e uscito nell'anno dello scandalo della Banca romana e della repressione nel sangue dei fasci siciliani. L'autore scruta e registra ventisette anni, dal 1855 al 1882; L'Imperio, incompiuto, pubblicato postumo nel 1929.
Il 29 maggio del 1897, nel salotto milanese di casa Borromeo, Federico conobbe Ernesta Valle, con la quale intrecciò un'intesa amorosa descritta in un intensissimo carteggio (quasi ottocento pezzi tra lettere, cartoline, biglietti) custodito presso la Biblioteca regionale di Catania. Il salotto milanese era meta dei più acclamati scrittori, giornalisti ed editori dell'epoca; tra le personalità di rilievo che lo frequentavano vi erano Eugenio Torelli Viollier, Luigi Albertini, Domenico Oliva, Giuseppe Giacosa, Ugo Ojetti, Arrigo Boito, Emilio e Giuseppe Treves.
La forte possessività della madre costrinse De Roberto a ritornare a Catania nel 1897. Il mancato successo dei Viceré lo segnò profondamente, tanto che si rinchiuse in se stesso e rimase a Catania fino alla morte, salvo brevi viaggi nel continente. Ebbe un incarico come bibliotecario e visse sostanzialmente appartato e deluso per l'insuccesso della sua opera narrativa. Indirizzò il suo lavoro intellettuale alla pubblicistica e alla critica; si ricordano gli studi su Giacomo Leopardi e soprattutto su Verga, che giudicò sempre suo maestro.
Nel 1898 il fratello Diego sposò la cugina Luisa Moncada, per la cui primogenita Nennella lo scrittore nutrì un affetto particolare. Nell'estate del 1903 si recò a Zafferana Etnea, dove villeggiò anche in seguito, per trovare rimedio ai suoi disturbi neurovegetativi e nel 1905, su consiglio di Arrigo Boito, andò in Svizzera, per consultare il dottor Paul Dubois, specialista in malattie nervose, ricavandone benefici quasi esclusivamente “morali”. Nel 1908 si stabilì per circa un anno a Roma, dove "fu resocontista parlamentare per un giornale siciliano". Per mitigare l'allontanamento dalla madre, le scriveva assiduamente, spiegando che la scelta era stata dettata dalla necessità di approfondire alcuni aspetti del mondo giornalistico e politico. In questo periodo intrecciò una relazione sentimentale con Pia Vigada.
Nel 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, fu interventista.
Nel luglio 1917, colpito da una flebite che gli impediva di camminare, ridusse i viaggi.
Nel 1919, in collaborazione con Verga, diede alle stampe un libretto d'opera. Alla morte del Verga nel 1922, De Roberto riordinò in modo accurato le opere del suo grande conterraneo ed iniziò uno studio biografico e critico che però fu interrotto dalla sua prematura morte a Catania per un attacco di flebite il 26 luglio 1927 nella casa di via Etnea 221, a pochi passi dal giardino Bellini.
Perfino la scomparsa di De Roberto non ebbe adeguata considerazione, poiché fu oscurata da quella immediatamente successiva (27 luglio) di Matilde Serao. È sepolto nel Cimitero monumentale di Catania.
Dopo il volumetto di poesie Encelado, pubblicato a Catania dall'editore Galatola nel 1887, nacquero le raccolte di novelle La sorte del 1887 e Processi verbali del 1890, che muovono da una matrice verghiana, ma con personali e significative scelte.
In queste raccolte, infatti, non è assente la tematica paesana e rusticana, ma l'attenzione dello scrittore si concentra soprattutto sul mondo della nobiltà in disfacimento, sia socioeconomico sia fisiologico, e su quello dei nuovi borghesi che cercano di confondersi con l'ambiente dei nobili.
Seguirono i romanzi di analisi psicologica Ermanno Raeli (1889) e L'illusione (1891), il primo del ciclo dedicato alla famiglia Uzeda, la dinastia catanese discendente dai viceré spagnoli.
Nel 1894 i personaggi saranno ripresi ne I Viceré, considerato uno dei maggiori romanzi dell’Ottocento italiano, storia della Sicilia post-garibaldina delineata attraverso le vicende private degli Uzeda di Francalanza, la cui trama include, in ordine cronologico, gli avvenimenti de L'illusione (1891), in cui De Roberto racconta del personaggio di Teresa Uzeda Duffredi di Casaura e che fa da premessa a quelli de L'Imperio (1929, postumo), in cui viene seguita la carriera politica di Consalvo Uzeda.
In questi romanzi la tematica psicologica e intimistica si sviluppa sull'interiorità dei personaggi e ruota intorno al contrasto tra illusione e realtà, con i conseguenti motivi della nevrosi e delle inibizioni.
L'aspetto psicologico è presente anche nella raccolta di novelle Documenti umani (1888) e ne L'albero della scienza (1890), nei quali verranno però anche ripresi i temi e i metodi veristici.
Tra il 1892 e il 1900 la produzione di De Roberto fu molto varia, esempio di un itinerario non lineare ma tormentato e complesso, tipico di quegli anni che avevano investito la cultura del positivismo.
Pubblicò infatti il saggio "La morte dell'amore" nel 1892, "L'amore. Fisiologia. Psicologia morale" nel 1895 e nel 1897 il romanzo "Spasimo", apparso a puntate tra il novembre del 1896 e il gennaio del 1897 sul "Corriere", e una monografia su Leopardi nel 1898, oltre alle "Lettere d'amore immaginarie", "Gli amori" nel 1898 e i saggi "Una pagina della storia sull'amore" dello stesso anno, "Il colore del tempo" nel 1900 e sempre nel 1900 "Come si ama".
Quando per motivi di salute dovette trascorrere lunghi periodi a Zafferana Etnea, si dedicò alla compilazione di guide turistiche: Catania, con 152 illustrazioni, Muglia Editore, 1907; Pellicanolibri, 1985.
Nel 1908, dopo un viaggio a Roma, iniziò il romanzo "L'Imperio", rimasto incompiuto e pubblicato postumo da Mondadori nel 1929. Dopo la prima guerra mondiale scrisse una serie di racconti di guerra, tra cui "La paura", "Rifugio", "La retata", "L'ultimo voto".
La storia di un amore segreto è interamente conservata in un epistolario, rimasto inedito per quasi un secolo, fra De Roberto trentaseienne ed Ernesta Valle, gentildonna residente a Milano, assidua frequentatrice di elitari salotti (da Vittoria Cima a donna Virginia dei Borromeo, alla stessa Ernesta), moglie dell'avvocato siciliano Guido Ribera.
Fra sotterfugi, stratagemmi, astuzie, la corrispondenza si snoda dal 1897, quando iniziò la sua collaborazione al Corriere della Sera, fino al 1916: il prolifico carteggio permette di seguire passo passo le tappe dell'itinerario di De Roberto negli anni più tormentati della stagione milanese, svelando progetti e successi da una parte e inquietudini e sconfitte dall'altra. Per non destare sospetti, sovente spediva ad Ernesta, ribattezzata Renata perché "rinata" all'amore, o Nuccia (diminutivo di "femminuccia"), un giornale che nascondeva la lettera, oppure ricorreva al fermoposta.
Sostenitore convinto della poetica naturalista e verista, De Roberto ne applicò rigorosamente i termini, portando all'estremo gli aspetti di impersonalità del narratore e di osservazione rigorosa dei fatti.
Le sue tecniche sono funzionali alla narrazione impersonale, ma diverse da quelle di Verga. Innanzitutto non vi è la regressione della voce narrante nella realtà rappresentata; è presente invece, come nel Mastro-don Gesualdo, il discorso indiretto libero e si ricorre in larga misura al dialogo e alle didascalie descrittive. La narrazione tende a far propria la tecnica teatrale; nella prefazione ai Processi verbali De Roberto afferma: “L'impersonalità assoluta non può conseguirsi che nel puro dialogo, e l'ideale della rappresentazione obiettiva consiste nella scena come si scrive per il teatro”.

Opere
Monografie
Leopardi, Milano, Fratelli Treves, 1898. (saggi, Monografia critica).
Casa Verga e altri saggi verghiani, Firenze, Le Monnier, 1964. (pubblicata postuma).
Il ciclo narrativo della famiglia Uzeda
L'illusione, Milano, Libreria ed. Galli, 1891.
I Viceré, Milano, Libreria editrice Galli , 1894.
L'Imperio, Milano, Mondadori, 1929. Pubblicato postumo.

Raccolte di novelle
La sorte, Catania, Giannotta, 1887. II edizione: Milano, Libreria editrice Galli , 1892; III edizione: Milano, Treves, 1910; Milano, Treves, 1919.
Documenti umani, Milano, Fratelli Treves, 1888; II edizione: Milano, Fratelli Treves, 1890; IV edizione: Milano, Libreria ed. Galli, 1896; VII edizione: Milano, Galli, Baldini, Castoldi, 1898.
L'albero della scienza, Milano, Libreria editrice Galli , 1890.
Processi verbali, Milano, Libreria editrice Galli , 1890.
Ironie. Novelle, Milano, Fratelli Treves, 1920.

Epistolario
Lettere a donna Marianna degli Asmundo, a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Catania, Tringale, 1978.
Federico De Roberto a Luigi Albertini. Lettere del critico al direttore del "Corriere della Sera", a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Roma, Bulzoni, 1979.
Lettere a Pia, edizione critica a cura di Teresa Volpe, prefazione di Margherita Ganeri, Roma, Aracne Editrice, 2013.

Versi
Encelado, Maggio 1886. [versi], Catania, Galatola, 1887.

Opere teatrali
Il Rosario 1912
La tormenta - dramma tratto dal romanzo Spasimo del 1897, pubblicato nel 1918, mai messo in scena.
La strada maestra, - tratto da La messa di nozze del 1911, solamente pubblicato, nel 1913.

Altri scritti
Il passaggio del Nord-Est. Spedizione artica svedese; L'oceano artico ed i commerci della Siberia, Firenze, Gazzetta d'Italia, 1879.
Polemica Giosuè Carducci e Mario Rapisardi, Catania, edito da Niccolò Giannotta, 1881. (Esordio letterario).
Arabeschi, Catania, Niccolò Giannotta, 1883. (saggi e pagine critiche)
Ermanno Raeli. Racconto, Milano, Libreria editrice Galli , 1889; Milano: Baldini, Castoldi & C., 1902; Nuova edizione riveduta, con l'aggiunta di un avvertimento e di un'appendice, Milano; Roma: A. Mondadori, 1923.
La morte dell'amore, Napoli, Pierro, 1892.
L'amore. Fisiologia, psicologia, morale, Milano, Libreria editrice Galli , 1895. (saggio) Claudia Carmina, Il trattato l’amore e la «legge dell’egoismo universale»: il positivismo inquieto di Federico De Roberto (PDF), in Sinestesieonline. URL consultato il 10 maggio 2025 (archiviato il 3 maggio 2025).* Spasimo, Milano, Libreria editrice Galli , 1897. (giallo pubblicato a puntate sul Corriere della Sera).
Gli amori, Milano, Libreria editrice Galli , 1898.
Una pagina della storia dell'amore, Milano, Fratelli Treves, 1898.
Il colore del tempo, Milano-Palermo, Sandron, 1900.
Come si ama, Torino, Roux e Viarengo, 1900.
L'arte, Torino, Bocca, 1901.
Catania, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche, 1907, ristampa anastatica Pellicanolibri, Catania, 1985
Esposizione di Catania, 1907. Albo illustrato redatto sotto la direzione di F. De Roberto, Catania, Galatola, 1908.
Randazzo e la Valle dell'Alcantara, Bergamo, Istituto italiano d'arti grafiche, 1909.
La messa di nozze; Un sogno; La bella morte, Milano, Fratelli Treves, 1911.
Le donne, i cavalier', Milano, Fratelli Treves, 1913.
Al rombo del cannone, Milano, Fratelli Treves, 1919.
La «Cocotte», racconti, Milano, Vitagliano, 1920.
All'ombra dell'olivo, Milano, Fratelli Treves, 1920.
La paura, del 1921, in cui fornì una rappresentazione tragicamente realistica della vita in trincea.
Ciuri di strata, Prefazione a Francesco Guglielmino, Catania, Battiato, 1922.
L'amante dell'amore. Novelle, prefazione a Ottavio Profeta, Milano, Corbaccio, 1928.
Come Malta divenne inglese, Roma, La nuova antologia, 1940.
Cronache per il Fanfulla, Milano, Quaderni dell'Osservatore, 1973.
Il trofeo di F. De Roberto. Inediti e rari, in "Le ragioni critiche", gennaio-marzo 1974.
Giustizia. Dramma in un atto, Catania, Società di storia patria per la Sicilia orientale, 1975.
La "Cocotte" e altre novelle di guerra, a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Roma, Curcio, 1979.
Adriana. Un racconto inedito e altri studi di donna, Catania, Maimone, 1998.
Il tempo dello scontento universale. Articoli dispersi di critica culturale e letteraria, Torino, Aragno, 2012.
La paura e altri racconti della Grande Guerra, Roma, Edizioni E/O, 2014
Novelle della Grande Guerra, Bari, Edizioni Progedit, 2015
Romanzi novelle e saggi; a cura di Carlo A. Madrignani, Collezione I Meridiani, Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1984, LXXXII, 1797 p.
Contiene: Romanzi: L'illusione; I Viceré; L'Imperio. Racconti: da La sorte: La disdetta; Nel cortile; La malanova. Da Documenti umani: Documenti umani; Donato Del Piano. Da Processi verbali: Il rosario; I vecchi. Da L'albero della scienza: La scoperta del peccato; Il gran rifiuto; Il paradiso perduto; La paura. Saggi e prefazioni: Leopardi e Flaubert; Carlo Baudelaire; Gustavo Flaubert. L'opera; Gustavo Flaubert. L'uomo; Prefazioni a Documenti umani; Processi verbali; L'albero della scienza; Come si ama; Leopardi. La misantropia; Capitolo XV da Una pagina della Storia dell'amore. Il matrimonio di Bismarck; Il volo di Icaro; Domenico Castorina e Giovanni Verga. Lettere: A Ferdinando Di Giorgi; Alla Madre; A Luigi Albertini.

martedì 29 luglio 2025

TOMASI DI LAMPEDUSA Giuseppe (1896 - 1957)

 

Giuseppe Tomasi
, XI principe di Lampedusa, XII duca di Palma, barone della Torretta e di Montechiaro, conosciuto semplicemente come Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957), è stato un nobile e scrittore italiano.
Letterato di complessa personalità e autore del noto romanzo Il Gattopardo, fu un personaggio taciturno e solitario e trascorse gran parte della vita immerso nella lettura. Ricordando la propria infanzia scrisse: ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone.
Giuseppe Tomasi nacque a Palermo il 23 dicembre del 1896, figlio di Giulio Maria Tomasi (1868-1934) e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò (1870-1946). Rimase figlio unico dopo la morte della sorella maggiore Stefania, avvenuta a causa di una difterite (1897). Fu molto legato alla madre, donna dalla forte personalità, che ebbe grande influenza sul futuro scrittore.
Non lo stesso avvenne col padre, un uomo dal carattere freddo e distaccato. Da bambino studiò nella sua grande casa a Palermo con l'ausilio di una maestra privata, della madre (che gli insegnò il francese) e della nonna, che gli leggeva i romanzi di Emilio Salgari. Nel piccolo teatro della residenza di Santa Margherita Belice, ereditata dai Cutò e molto amata da sua madre, dove passava lunghi periodi di vacanza, talora anche in inverno, assistette per la prima volta a una rappresentazione dell'Amleto, recitato da una compagnia di girovaghi.
Il casato dei Tomasi di Lampedusa è una diramazione della famiglia Tomasi da cui discendono anche i Leopardi di Recanati e che la tradizione indica di origini bizantine. Caratterizzata da grande fervore religioso, la famiglia vanta nell'albero genealogico un santo, san Giuseppe Maria Tomasi (1649-1713), e una venerabile, Isabella Tomasi (1645-1690). In epoca recente lo zio Pietro Tomasi della Torretta fu Ministro degli esteri e presidente del Senato.
A partire dal 1911 Tomasi di Lampedusa frequentò il liceo a Roma e in seguito a Palermo. Sempre a Roma, nel 1915 s'iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, senza terminare gli studi. Nello stesso anno venne chiamato alle armi, partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale d'artiglieria e nella disfatta di Caporetto fu catturato dagli austriaci, che lo imprigionarono in Ungheria. Riuscito a fuggire, tornò a piedi in Italia.
Dopo le sue dimissioni dal Regio Esercito con il grado di tenente, ritornò nella sua casa in Sicilia, alternando al riposo qualche viaggio, sempre in compagnia della madre, che non lo abbandonava mai, e svolgendo studi sulle letterature straniere. Nel 1925, insieme al cugino Lucio Piccolo, si recò a Genova, dove si trattenne circa sei mesi, collaborando alla rivista letteraria Le opere e i giorni.
A Riga, il 24 agosto 1932, sposò in una chiesa ortodossa la studiosa di psicoanalisi Alexandra, baronessa von Wolff-Stomersee, detta "Licy", figlia del barone tedesco del Baltico Boris von Wolff-Stomersee e della cantante italiana Alice Barbi, la quale nel 1920 aveva sposato in seconde nozze il diplomatico italiano Pietro Tomasi, marchese della Torretta, zio di Giuseppe. Andarono a vivere con la madre di lui a Palermo, ma ben presto l'incompatibilità di carattere tra le due donne fece tornare Licy in Lettonia. Nel 1934 morì Giulio Tomasi, e così Giuseppe ereditò il titolo. Nel 1940 venne richiamato alle armi, ma, essendo a capo dell'azienda agricola ereditata, fu presto congedato.
Si rifugiò così con la madre a Villa Piccolo (Capo d'Orlando), dove poi li raggiunse Licy, per sfuggire ai pericoli della seconda guerra mondiale. Alla fine del 1944 fu nominato presidente provinciale della Croce Rossa Italiana di Palermo e poi presidente regionale, fino al 1946.
La madre, che era da poco tornata a Palermo, morì nel 1946. Nel 1953 iniziò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali, dei quali facevano parte Francesco Orlando e Gioacchino Lanza di Assaro. Con quest'ultimo instaurò un buon rapporto affettivo, tanto da adottarlo qualche anno dopo. Da quel momento in poi Gioacchino Lanza fu chiamato Gioacchino Lanza Tomasi.
Tomasi di Lampedusa fu spesso ospite presso il cugino Lucio Piccolo, col quale si recò nel 1954 a San Pellegrino Terme per assistere a un convegno letterario, cui il parente poeta era stato invitato per ritirare il primo premio di un concorso letterario. Lì conobbe Eugenio Montale e Maria Bellonci. Si dice che fu al ritorno da quel viaggio che iniziò a scrivere Il Gattopardo, ultimato due anni dopo, nel 1956.
All'inizio il manoscritto del Gattopardo non fu preso in considerazione dalle case editrici Mondadori e Einaudi, alle quali era stato inviato in lettura, e i rifiuti riempirono Tomasi di Lampedusa di amarezza. Il manoscritto fu giudicato negativamente da Elio Vittorini, all'epoca influente lettore per Mondadori e curatore della celebre collana "I gettoni" per l'editore Einaudi, che non s'accorse di aver letto un capolavoro della letteratura italiana e mondiale. Vittorini successivamente rifiuterà anche la pubblicazione de Il dottor Živago di Pasternak e Il tamburo di latta di Grass.
Nel 1957 gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni; morì il 23 luglio, non prima di aver adottato come erede l'allievo e lontano cugino Gioacchino Lanza di Assaro. Il romanzo fu pubblicato postumo nel novembre del 1958, quando Elena Croce lo inviò a Giorgio Bassani, che lo fece pubblicare presso la casa editrice Feltrinelli. Nel 1959 il romanzo vinse il premio Strega.
Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì lontano da casa come il suo antenato protagonista de Il Gattopardo, a Roma, nella casa della cognata in via San Martino della Battaglia n. 2, nei pressi di Piazza Indipendenza, dove era andato per sottoporsi a particolari cure mediche che si rivelarono inefficaci.
La salma fu tumulata il 28 luglio nella tomba di famiglia al cimitero dei Cappuccini di Palermo; da marzo 2024 è sepolto nella chiesa di San Domenico a Palermo.
La vedova, la principessa Alessandra di Lampedusa, rimase a custodia della sua memoria. Non avendo eredi, i titoli nobiliari (duca di Palma, principe di Lampedusa, barone di Montechiaro, barone della Torretta e Grande di Spagna di prima Classe) andarono allo zio paterno, l'ex presidente del Senato Pietro Tomasi della Torretta, che morì nel 1962 senza lasciare discendenti diretti, ma solo collaterali. Gli succedette il cugino Giuseppe Garofalo, figlio di Maria Antonia Tomasi di Lampedusa, suo congiunto maschio più prossimo, che ereditò con due cugine, figlie di Chiara, anche parte dei beni.

Opere
Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, I ed. novembre 1958; nuova edizione riveduta sul manoscritto a cura di Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Feltrinelli, 2002.
I ricordi d'infanzia, Prefazione di Giorgio Bassani, Collana Biblioteca di Letteratura: I Contemporanei n. 26, Milano, Feltrinelli, 1961; edizione riveduta a cura di Nicoletta Polo, prefazione di Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Feltrinelli, 1988 / Racconti, Nuova ed. rivista e accresciuta (con La gioia e la legge, La sirena, I gattini ciechi) Collezione Le Comete, Feltrinelli, 2015; Collana UE, Feltrinelli, 2017.
Lezioni su Stendhal, Palermo, Sellerio, 1977.
Invito alle Lettere francesi del Cinquecento, Collana I Fatti e le Idee, Milano, Feltrinelli, 1979
Il mito, la gloria, a cura di Marcello Staglieno, Roma, Shakespeare & Company, 1989
Letteratura inglese, 2 voll. (I: Dalle origini al Settecento; II: L'Ottocento e il Novecento), a cura di Nicoletta Polo, postfazione di Gioacchino Lanza Tomasi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1990-1991.
Opere, introduzione e premessa di Gioacchino Lanza Tomasi, a cura di Nicoletta Polo, Collana I Meridiani, Milano, Mondadori, 1995; Nuova edizione aumentata, Collana I Meridiani, Mondadori, 2004.
Licy e il Gattopardo. Lettere d'amore, a cura di Sabino Caronia, Roma, Edizioni associate, 1995.
Viaggio in Europa. Epistolario 1925-1930, a cura di Gioacchino Lanza Tomasi e Salvatore Silvano Nigro, Milano, Mondadori, 2006
La sirena, (originariamente Lighea), Milano, Feltrinelli, 2014 [con cd audio contenente una registrazione a voce dell'autore].
Ah! Mussolini!, Postfazione di Gioachino Lanza Tomasi, Milano, De Piante Editore, 2019


lunedì 28 luglio 2025

SAMONA' Carmelo (1926 - 1990)

 

Carmelo Samonà 
(Palermo, 17 marzo 1926 – Roma, 17 marzo 1990) è stato un ispanista e scrittore italiano. Proveniente dalla famiglia aristocratica siciliana Samonà, era figlio dell'architetto Giuseppe Samonà. Si stabilì a Roma nel 1936 e si laureò in lettere, alla Sapienza, nel 1948.
Dal 1961 insegnò letteratura spagnola all'Università "La Sapienza" di Roma al Magistero, e dal 1978 a Lettere, dedicandosi in particolare a quella del Seicento. Come ispanista, si ricorda, fra le altre, l'opera La letteratura spagnola dal Cid ai Re Cattolici (con Alberto Varvaro, 1972). Nel 1973 promosse la costituzione dell’Associazione ispanisti italiani. Dal 1976 collaborò con il quotidiano la Repubblica con articoli sulla letteratura moderna spagnola e ispanoamericana.
Accademico dei Lincei dal 1987, ottenne il premio Juan Carlos dell'Accademia spagnola (1984).
Viene ricordato anche come scrittore (il suo esordio nel 1978), in particolare per due romanzi di successo, pubblicati da Einaudi: Fratelli (prima opera, parzialmente autobiografica) e Il custode (1983). Fratelli racconta il rapporto della voce narrante con il fratello affetto da una malattia mentale (nella realtà, si tratta del rapporto di Samonà con il figlio); è stato vincitore del Premio Mondello e finalista del Premio Strega nel 1978, finalista nel 1985 al Premio Bergamo e vincitore nel 2002 del Premio Pozzale Luigi Russo. Il romanzo è stato successivamente ripubblicato da Garzanti e inserito nella collana “Gli elefanti” e nel 2002 pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore, nell'opera omnia dal titolo "Fratelli" e tutta l'opera narrativa a cura e con una prefazione di Francesco Orlando.
Oltre ai due romanzi, Samonà scrisse il racconto Casa Landau (Garzanti, 1990) e il testo teatrale Ultimo seminario.

Opere
Saggistica

Profilo di storia della letteratura spagnola, Veschi, Roma, 1960.
Calderon nella critica italiana, Feltrinelli, Milano 1960
Studi sul romanzo sentimentale e cortese nella letteratura spagnola del Quattrocento, vol. I, Carucci editore, Università di Roma, Roma, 1960.
La letteratura spagnola dal Cid ai Re cattolici, in collaborazione con Alberto Varvaro, Sansoni-Accademia, Firenze-Milano, 1972.
Della letteratura spagnola degli Secoli d'Oro, in collaborazione con Guido Mancini, Francesco Guazzelli, Alessandro Martinengo, Sansoni-Accademia, Firenze-Milano, 1973.
Ippogrifo violento (Studi su Calderòn, Lope e Tirso), prefazione di Mario Socrate, Garzanti, Milano, 1990.

Narrativa
Fratelli, Einaudi, Torino 1978; Garzanti, Milano 1991; UTET, Torino 2006, con prefazione di Domenico Starnone
Il custode, Einaudi, Torino 1983; Garzanti, Milano 1993
Casa Landau, con nota editoriale di Francesco Orlando, Garzanti, Milano 1990
Fratelli e tutta l'opera narrativa, a cura di Francesco Orlando, Mondadori, Milano 2002 [contiene Fratelli, Il custode, Casa Landau, la novella L'esitazione, il testo teatrale Ultimo seminario e le prose di Cinque sogni]
Fratelli, con un saggio di Francesco Orlando, Sellerio, Palermo 2008

domenica 27 luglio 2025

BONAVIRI Giuseppe (1924 - 2009)

 

Giuseppe Bonaviri
 (Mineo, 11 luglio 1924 – Frosinone, 21 marzo 2009) è stato uno scrittore e poeta  italiano. Giuseppe Bonaviri è il primo dei cinque figli di don Nanè, sarto, e di donna Giuseppina Casaccio, casalinga. Frequenta le scuole a Mineo e la sua passione poetica, come afferma lo stesso Bonaviri, viene alimentata dall'atmosfera magica che aleggiava intorno ad una pietra, detta della poesia, che si trovava presso Camuti (altopiano famoso per il suo villaggio preistorico). Intorno alla pietra, fino alla fine del 1850, prima dell'Unità d'Italia, si riunivano numerosi poeti provenienti da ogni parte della Sicilia, per gareggiare scrivendo e recitando versi.
Dopo aver conseguito nel 1949 la laurea in medicina presso l'Università di Catania, svolge il servizio di leva come sottotenente medico a Casale Monferrato. Qui scrive il suo primo romanzo, Il sarto della stradalunga, che è anche quello a cui Bonaviri è più legato. Il romanzo ottiene grande approvazione da parte di Elio Vittorini e viene pubblicato nel 1954 da Einaudi nella nuova collana "I gettoni".
Trasferitosi a Frosinone, lavora come medico cardiologo, cercando di conciliare la sua attività professionale con la scrittura. Diviene assiduo frequentatore della locale galleria d'arte "La Saletta", ove trattiene proficui rapporti culturali con artisti, letterati e giornalisti che la frequentano. Partecipa puntualmente alle mostre d'arte che vi si organizzavano ciclicamente, animandone il vivace dibattito culturale. Nel Pioniere del 1960 al nº 15 e nel 1961 al nº 3 vengono pubblicati due suoi racconti.
Scrive numerosi romanzi nei quali rappresenta il piccolo mondo di Mineo, sempre attento a cogliere la dimensione magica e arcaica della natura: Il fiume di pietra nel 1964, Notti sull'altura nel 1971, L'enorme tempo nel 1976, Novelle saracene nel 1980, L'incominciamento nel 1983, È un rosseggiar di peschi e d'albicocchi nel 1986, Ghigò nel 1990, Il vicolo blu nel 2003.
Ha anche pubblicato raccolte di poesie: Il dire celeste nel 1976, O corpo sospiroso nel 1982, L'asprura nel 1986, I cavalli lunari nel 2004.
Nel 2006 ha pubblicato Autobiografia in do minore. Nel 2007 si è raccontato nel documentario Bonaviri ritratto di Massimiliano Perrotta.
Nel 1998 gli studiosi Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà hanno pubblicato Bonaviri inedito, biografia dello scrittore con ricca appendice di inediti bonaviriani tra i quali il romanzo giovanile La ragazza di Casalmonferrato.
Fu sposato con Raffaella Osario, originaria di Marcianise, da cui ebbe due figli, Giuseppina ed Emanuele.

Opere
Il sarto della stradalunga, Torino, Einaudi, 1954.
La contrada degli ulivi, Venezia, Sodalizio del Libro, 1958.
Il fiume di pietra, Torino, Einaudi, 1964.
La divina foresta, Milano, Rizzoli, 1969.
Notti sull'altura, Milano, Rizzoli, 1971.
L'isola amorosa, Milano, Rizzoli, 1973.
Le armi d'oro, Milano, Rizzoli, 1973.
La beffaria, Milano, Rizzoli, 1975.
L'enorme tempo, Milano, Rizzoli, 1976.
Il dire celeste. Poesie, Roma, Editori Riuniti, 1976.
Martedina e Il dire celeste, Roma, Editori Riuniti, 1976.
Follia, Catania, Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, 1976. (Teatro)
Dolcissimo, Milano, Rizzoli, 1978.
Il treno blu, Firenze, La nuova Italia, 1978.
L'estate dei passeri, Teramo, Lisciani & Zampetti, 1978.
Il dire celeste e altre poesie, Parma, Guanda, 1979.
Nel silenzio della luna, Sora, Edizioni dei Dioscuri, 1979.
Novelle saracene, Milano, Rizzoli, 1980.
Di fumo cilestrino. Poesie giovanili, Ancona, Dossier arte, 1981.
O corpo sospiroso, Milano, Biblioteca universale Rizzoli, 1982. (Poesia)
Quark, Roma, Edizioni della Cometa, 1982. (Poesia)
L'incominciamento, Palermo, Sellerio, 1983.
L'arenario, Milano, Rizzoli, 1984.
È un rosseggiar di peschi e d'albicocchi, Milano, Rizzoli, 1986. 
L'asprura, Roma, Edizioni della Cometa, 1986. (Poesia)
Gesù e il bambinello, Roma, Edizioni della cometa, 1987.
Il dormiveglia. Sicilia-luna-New York, Milano, A. Mondadori, 1988. 
Lip to lip, Lecce, Manni, 1988.
Ghigò, Milano, A. Mondadori, 1990. 
Fiabe siciliane, scelte e tradotte da, Milano, A. Mondadori, 1990.
Il re bambino. Poesie, Milano, A. Mondadori, 1990. 
Apologhetti, Catania, Il Girasole, 1991. (Fiabe)
Il dottor Bilob, Palermo, Sellerio, 1994. 
Silvinia, Milano, Mondadori, 1997.
L'infinito lunare. Racconti fantastici, Milano, A. Mondadori, 1998. 
Scritti inediti o rari, in appendice a Sarah Zappulla Muscarà e Enzo Zappulla, Bonaviri inedito, Mineo-Catania, Comune-La Cantinella, 1998.
Favola, fiaba, fantastico, scelta e introduzione di, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1999.
E il verde ramo oscillò. Fiabe di folli, con Giuseppina Bonaviri, Lecce, Manni, 1999. Poemillas españoles ed altri luoghi, Lecce, Manni, 2000.  (Poesia)
Giufà e Gesù. Fiaba teatrale in due parti e un epilogo, Acireale, La Cantinella, 2001.
Il vento d'argento. Un racconto con dodici finali, Roma, Gremese, 2002. 
Acqua d'argento e altre storie, San Cesario di Lecce, Manni, 2003.
Il vicolo blu, Palermo, Sellerio, 2003. 
I cavalli lunari, Milano, Libri Scheiwiller, 2004. (Poesia)
Gli uccelli, con Gianluigi Mastandrea, Mineo-Catania, Fondazione Giuseppe Bonaviri-La Cantinella, 2005. 
L'incredibile storia di un cranio, Palermo, Sellerio, 2006. 
Il furto del Faust di Goethe, con Gianluigi Mastandrea, Perugia, Guerra, 2006.
Autobiografia in do minore. Racconto di scoordinata sopravvivenza, San Cesario di Lecce, Manni, 2006.
La ragazza di Casalmonferrato, Catania, La Cantinella, 2009. 
L'arcobaleno lunare, Palermo, Thule, 2009. 

ALVAR Mia (1978 - viv.)

  Mia Alvar è una scrittrice filippina che risiede negli Stati Uniti. Nata a Manila nel 1978, vive e lavora a Santa Monica. Ha trascorso l...